Analisi sonetto Petrarca XXXVI
Il testo del sonetto
S’io credesse per morte essere scarco
del pensiero amoroso che m’atterra,
colle mie mani avrei già posto in terra
queste membra noiose, et quello incarco;
ma perch’io temo che sarrebbe un varco
di pianto in pianto, et d’una in altra guerra,
di qua dal passo anchor che mi si serra
mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco.
Tempo ben fôra omai d’avere spinto
l’ultimo stral la dispietata corda
ne l’altrui sangue già bagnato et tinto;
et io ne prego Amore, et quella sorda
che mi lassò de’ suoi color’ depinto,
et di chiamarmi a sé non le ricorda.
Collegamento con il sonetto XXXV
Il sonetto XXXVI del Canzoniere di Francesco Petrarca non può che essere letto in sequenza e stretta correlazione con il celeberrimo sonetto che lo precede; il collegamento è esplicitato al v.2 da «pensiero» che richiama fonicamente e semanticamente l’incipit del XXXV «solo et pensoso per i più deserti campi».
La collocazione di questo rimando testuale ci richiama alla relazione temporale che intercorre tra i diversi momenti della passione amorosa descritti dai due sonetti: il XXXV illustra gli effetti della passione amorosa nei termini canonici dell’uomo in preda all’umor malinconico, così come era stato descritto dalla trattatistica aristotelica; nel XXXVI il sentimento prevalente è la pulsione di morte che trascina il poeta quasi sull’orlo della scelta suicida: «colle mie mani avrei già posto in terra / queste membra noiose» (RVF XXXVI, vv. 3-4).
Relazione di causalità e ossessione amorosa
Oltre al riferimento testuale diretto, in posizione incipitaria, a legare i due componimenti interviene una relazione di causalità diretta: il XXXVI, con la sua resa oscillante ed ossessiva della follia amorosa, scaturisce dalla premessa posta alla fine del XXXV, ai vv. 12-14 : «Ma pur sì aspre vie né sì selvagge / cercar non so ch’Amor non venga sempre / ragionando meco, et io co llui».
L’ineludibilità, qui enunciata, dell’ossessione amorosa, di quella che Andrea Cappellano chiama immoderata cogitatio, giace alla base del malessere del sonetto successivo laddove nella prima terzina Petrarca dice che è proprio del «pensiero amoroso» che vorrebbe disfarsi. Partendo, però, dalla premessa del XXXV, questa proposizione è già destinata a fallire; non a caso, lo scioglimento della vicenda che si prospetta nel XXXVI è una soluzione apparentemente drastica che tuttavia non si concretizza, lasciando il problema insoluto.

La tentazione suicida e la fonte virgiliana
Quella suicida è un’opzione più volte adombrata nel corso del Canzoniere di Petrarca e riconducibile, in parte, ad una fonte classica: il Virgilio del IV libro dell’Eneide.
Nel pezzo 29 Petrarca ai vv. 37-39 afferma: «tal già, qual io mi stancho, / l’amata spada in se stessa contorse; / né quella prego che però mi scioglia» dove «tal» si riferisce alla Didone suicida descritta da Virgilio e con la quale è istituita qui una diretta analogia.
La scelta di Didone è quasi, nell’ottica del Petrarca delle sestine, un’eredità che chiunque sia in preda alla follia amorosa deve mettere in conto. Nel caso del poeta, però, è chiaro, che essa non può assolutamente concretizzarsi; si tratta, come dice Rosanna Bettarini nel suo commento, della «proiezione ultima del sistema oppositivo nel quale vive il mal vivo amante»1: trattasi quindi di un’appendice estrema sì, ma sempre confinata nei limiti della improbabilità.
Il varco e la precarietà dell’amante
La potenzialità dell’opzione suicida viene infatti subito disinnescata dal Petrarca stesso quando, nella seconda quartina del XXXVI, annuncia: «io temo che sarebbe un varco / di pianto in pianto, et d’una in altra guerra, / di qua dal passo anchor mi si serra / mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco».
Il poeta qui si appella al motore narrativo del Canzoniere stesso: egli preferisce rimanere costantemente in bilico tra sentimenti opposti (mezzo rimango et mezzo il varco), e presentarsi al lettore costantemente scisso tra opzioni divergenti.
Non deve stupire, quindi, se, nel pezzo che segue il XXXVI, Petrarca può dirsi ancora speranzoso di rivedere gli occhi di Laura, nonostante la sua assenza, e dir di sé :«io son un di quei che ‘l pianger giova» (RVF XXXVII, v.69). Quasi che la dimensione in cui egli può esprimersi al meglio fosse la precarietà dettata dal dolore e dalla speranza, seppur flebile, di rivedere Laura; di qui, l’impossibilità del gesto estremo.
Tornando al verso 8 del nostro sonetto il Vat. Lat. 3196 registra una variante: «mezzo mi trovo» sulla quale si può denotare come il poeta abbia optato in questo caso in sede di testo finale per un verbo di movimento a sottolineare in modo più precipuo il tratto di precarietà e costante evoluzione del suo stato.
Sempre il verso 8, verso centrale del componimento, suo perno semantico, riecheggia il verso 89 della canzone 23, la cosiddetta “canzone delle metamorfosi”: «mezzo tutto quel dì tra vivo e morto»; come notato dalla Bettarini, in questo caso «mezzo» serve a veicolare e a rincarare la valenza di una similitudine di sbigottimento in un contesto in cui l’amante è mutato in pietra2; nel 36 «mezzo», invece, sta ad indicare una effettiva scissione del protagonista; scissione amplificata dal cadere del lessema a metà del verso, dividendolo in due emistichi, ed a metà del componimento, chiudendo le due quartine.

Amore e morte come stati contigui
Le due terzine vanno nella direzione di una amplificazione della pulsione di morte enunciata nella prima quartina: Amore e morte vengono apostrofate direttamente ed appaiati in un unico verso, il 12: «et io ne prego Amore, et quella sorda». È qui esplicitata la coincidenza tra i due stati, quello della sofferenza amorosa e quello di morte.
Il verso successivo «che mi lassò de’ suoi color depinto» sembra riferirsi al pallore che precede la morte ma la descrizione permane volutamente ambigua: il pallore, infatti, contraddistingue anche coloro che sono in preda alla follia amorosa.
La contiguità tra i due stati viene in qualche modo riconfermata anche da un punto di vista fisiologico.
Il tono del sonetto è molto vicino a quello delle sestine che, nel Canzoniere, sono dedicate agli effetti della follia amorosa; una vicinanza stilistica al genere si può ravvisare esaminando le rime del XXXVI: il fatto che siano quasi tutte derivative o equivoche (varco) rende fonicamente le movenze di un pensiero che, ossessivamente, torna sugli stessi temi, cercando, invano, una variazione.
Conclusione: amore, morte e metamorfosi
Un sonetto, quindi, che galleggia tra la natura frustrata della tensione al cambiamento e un’apertura verso l’esterno che appare impossibile. Poi, veloce, si palesa una rapida risoluzione, quella suicida, sull’esempio classico di Didone. Soluzione, che viene velocemente paventata e poi altrettanto velocemente rifuggita.
Il sonetto XXXVI del Canzoniere di Petrarca ci presenta una delle tante manifestazioni di Amore, quella più nera e malinconica. Ennesimo processo di metamorfosi di questo sentimento nella mirabile girandola di emozioni del Canzoniere.
- Francesco Petrarca, Canzoniere. Rerum vulgarium fragmenta, a cura di Rosanna Bettarini, Einaudi, Torino 2005 ↩︎
- Francesco Petrarca, Canzoniere. Rerum vulgarium fragmenta, cit. ↩︎
