La letteratura distopica non racconta soltanto società future dominate dalla tecnologia o da regimi totalitari. Può immaginare anche epidemie, crolli della civiltà e comunità costrette a ricostruire da zero le proprie regole. Nei tre testi qui raccolti, Jack London, Evgenij Zamjatin e Carlo Dossi affrontano in modi diversi la fine o la trasformazione della società: il ritorno allo stato primitivo, il controllo assoluto e il tentativo di fondare una nuova comunità.
Jack London, La peste scarlatta: la civiltà dopo la catastrofe

Anno 2013. Un virus letale comincia a diffondersi in tutto il mondo. In pochi giorni la popolazione umana sarà decimata. Ai pochi sopravvissuti alla peste scarlatta il compito di rifondare la civiltà umana.
Questo lo scenario immaginato da Jack London nel romanzo breve, La peste scarlatta (1913, edizione italiana: Adelphi, 2009, a cura di Ottavio Fatica).
Un vecchio ed un giovane camminano in un paesaggio di desolazione. London ci fornisce di dettagli con particolare dovizia: non su chi siano ma su come sono vestiti. Le pelli animali li ricoprono da cima a fondo: sono dei neoprimitivi.
Come a dirci che sotto i progressi della tecnica, quello siamo, primitivi, animali in mezzo ad altri animali. Ma quale lo scenario precedente alla peste scarlatta? Forse ancora più inquietante: degli Stati Uniti più oligarchici e classisti che mai, quasi ad un passo dalle cariche ereditarie e forse dalla monarchia. Inquietante, tanto più che oggi non ci siamo molto lontani.
Il prima e il dopo della peste scarlatta
Il nucleo del romanzo si concentra sulle parole del vecchio, di colui che ha visto il prima e il dopo. Parla di fronte al mare, su una spiaggia: la simbologia rievocata da London, neanche troppo velatamente – è il suo stile, un po’ rozzo, diretto, io amo definirlo furbo (ma in questo non c’è accezione negativa) – love or hate it – si rivela efficace: le opere umane sono come castelli di sabbia; alla prima grande onda possono essere spazzate via. Un ecosistema fragile.
Anche qui, non possiamo dire niente al caro Jack, lo sappiamo bene. Lo abbiamo visto nel 2020.
Bisogna, poi, scavare nelle brevi pagine per trovare la vera causa del virus: la sovrappolazione delle città, ormai in espansione indisciplinata e disordinata. Primo brivido.
La peste scarlatta racconta il crepuscolo dell’umanità, alla luce fioca e rossa del fuoco, quello di incendi ed esplosioni; questo ne amplifica l’atmosfera sinistra e decadente.
Il rovesciamento della società
Quella immaginata da London, comunque, non è una ripartenza, non è una rifondazione. Piuttosto, un rovesciamento: l’occasione irripetibile per gli ultimi di prendere il potere, di diventare per la prima volta l’ago della bilancia.
Per questo il nostro narratore indugia, talvolta un po’ noiosamente, sulla vita precedente dei personaggi: chi era ricco, diventa schiavo e viceversa.
Rimane, però, qualcosa di epico nel narrare del vecchio, come quando si recitavano le genealogie nell’antica Grecia; il suo è un lungo catalogo delle navi omeriche; al posto delle navi che portavano gli Achei a Troia, ci sono le nuove tribù di neoprimitivi che rifonderanno l’umanità.
Un libro aurorale, forse antiquato, ma con un suo fascino sinistro: e il secondo brivido, più forte, che sentiamo sulla pelle arriva quando il vecchio si arrischia ad immaginare il futuro di quelle tribù. Gli uomini purtroppo sono sempre gli stessi.
E, sì, caro London, ci hai fregato ancora. Avevi ragione. No, non ne siamo usciti migliori.
Dalla catastrofe al controllo assoluto
Se Jack London immagina la dissoluzione della civiltà dopo un’epidemia, Evgenij Zamjatin costruisce invece una società che non è crollata, ma è diventata perfettamente organizzata e oppressiva. È uno dei passaggi fondamentali della letteratura distopica moderna: non più il caos dopo la fine, ma l’ordine trasformato in prigione.
Evgenij Zamjatin, Noi: uno dei grandi romanzi distopici del Novecento

Un romanzo del 1921, scomodo, osteggiato e perseguitato. Così come il suo autore. Romanzo pubblicato in patria nella sua lingua e nella sua forma originale solo nel 2011, novant’anni dopo. Noi di Zamjatin ha tutte le stimmate del romanzo cult. Un emarginato di lusso.
In effetti, come il più fortunato confratello 1984 di George Orwell, ci troviamo di fronte ad una distopia inquietante, tanto più perché possibile, verosimile e ad alto rischio di avveramento. Come vedremo, Zamjatin ci ha visto lungo.
La lingua di Zamjatin e lo straniamento
Dal punto di vista stilistico, la lingua di Zamjatin ci sfida continuamente a riposizionarci, a stropicciarci gli occhi e a grattarci il capo: in ossequio all’onda letteraria del tempo, adotta i principi dello straniamento, scomponendo i dati del piano visivo.
Percezione e oggettività si confondono, in un turbinante pullulare di elementi, scissi tra loro ma comunque definiti. Una prosa che ha dei punti di contatto insospettabili, viste le distanze politiche e culturali, con l’esperienza del romanzo sintetico futurista di area italiana.
Il trucco, forse, letto oggi a cento anni di distanza, mostra un po’ la corda e può rendere difficoltosa la lettura del romanzo; soprattutto, Noi rimane per la sua materia un romanzo futuristico, ancora oggi; il suo stile un po’ meno, forse troppo ancorato alle avanguardie novecentesche.
La vita quotidiana nello Stato Unico
Addentriamoci ora nella “trama”; in realtà, vi avverto, non ve n’è molta. Come in molti romanzi distopici il centro della faccenda è la vita quotidiana. Qui, la vita quotidiana nello Stato Unico.
Lì dove tutto è calcolato, tutto è geometrico: vi è un’ossessione, che è anche del protagonista, che, non a caso, è un ingegnere, per il quadrato ed il cubo; entrano così tanto nella mente che vengono da lui usati anche per descrivere gli altri personaggi.
Non ci stupisce, in effetti: la geometria non ha sorprese e nel mondo immaginato da Zamjatin non ci sono, anzi non ci devono essere soprese. Tutto è disciplinato, anche l’amore e il sesso.
Il tempo, la propaganda e la libertà
Disciplinato, naturalmente come è stato ed è ancora in tutti gli stati totalitari, anche il tempo: occupato spesso da riti collettivi ed esecuzioni pubbliche, occasioni in cui la propaganda salvifica dello stato si dispiega incontrastata.
Così, tra limitazioni della libertà di pensiero, riti, parate, condanne a morte, il vero scandalo è essere liberi, rompere gli schemi imposti.
Leggendo Noi viviamo lo spaesamento di trovarci dentro i pensieri di una persona che pensa il nostro contrario. Quel contrario, però, purtroppo, col senno di poi, di noi lettori del secolo successivo, non è così lontano dalla realtà.
Quello che il protagonista ci descrive e che pensa lo abbiamo poi visto veramente. E da qualche parte di questo piccolo mondo è ancora vita vera, vissuta.
Leggiamo Noi e comunque, indefessi, speriamo che diventi prima o poi solo la fantasia di uno scrittore russo degli anni ’20 del Novecento.
Dallo Stato Unico alla fondazione di una nuova comunità
Dopo il controllo assoluto raccontato da Zamjatin, con Carlo Dossi si torna al problema opposto: cosa accade quando lo Stato scompare e un gruppo di individui deve inventare da capo una comunità, le sue leggi e i suoi equilibri? La colonia felice si colloca così sul confine tra utopia e letteratura distopica, mettendo al centro la natura umana e la necessità delle regole.
Carlo Dossi, La colonia felice: tra utopia e letteratura distopica

Alcuni gaglioffi vengono messi su una nave e lasciati su un’isola. La sfida è quella di creare una nuova società, di autoregolarsi. Lo stato non c’è; lo stato era solo sulla nave. È sull’isola che questi “pesi morti” della società dovrebbero rifiorire.
Solo che li vediamo comunque scannarsi perché la legge che vige è quella non scritta, è quella dell’homo homini lupus. Così, riconosciamo dinamiche antiche: il braccio contro la mente, il forzuto contro il letterato, la legge del capo e del branco.
Di lì, poi, la guerra e il ritorno quasi allo stato brado, alle leggi di natura.
La riorganizzazione della colonia
Successivamente, le condizioni difficili spingeranno il gruppo a riorganizzare la colonia secondo i dettami della legge, quella vera, quella umana, con regole e pene.
Ci sono comunque dei personaggi che sfuggono a queste maglie sono quelli di Mario e di Forestina. Allo stesso tempo, per questi coloni, è difficile sfuggire al proprio retaggio, al loro passato.
Il perdono secondo Carlo Dossi
Allora, per Dossi l’unica soluzione possibile è il perdono, il riguadagnare la persona che ha sbagliato alla società tutta. Questo, naturalmente, prima della conversione dell’autore alla dottrina di Lombroso.
Ormai, però, La colonia felice aveva avuto una grande diffusione, un gran successo; tanto è vero che l’autore lo salverà, ripubblicandolo, ma con una diffida scritta di suo pugno in cui neanche molto velatamente lo sconfesserà.
Tra l’utopia e il saggio morale
Uno scritto comunque interessante, certamente datato, soprattutto nel modo di ritrarre le donne, costole degli uomini, che hanno pochissima voce in capitolo.
Allo stesso tempo, è un testo comunque che complessivamente funziona ancora, a metà tra l’utopia e il saggio di argomento morale.
Altre letture sulla letteratura distopica
Il percorso nella letteratura distopica può proseguire con altri tre libri già presenti sul blog, accomunati dalla paura della distruzione, dalla minaccia nucleare e dalla sopravvivenza in un mondo ormai trasformato.
I mostri di Einstein di Martin Amis

un libro feroce e grottesco sull’incubo nucleare e sulle conseguenze morali della distruzione atomica.
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Presenza della morte di C.F. Ramuz

il racconto di un’umanità che assiste all’avvicinarsi della propria fine, mentre il mondo viene lentamente consumato dal calore.
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Termush di Sven Holm

una distopia post-apocalittica ambientata in un albergo di lusso, dove un gruppo di privilegiati tenta di proteggersi dalle conseguenze di una catastrofe nucleare.
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