
Paura nucleare e narrativa
Scritti nel 1987, i racconti de I mostri di Einstein di Martin Amis risentono della paura ansiogena del nucleare. Pensavo che fosse una sindrome più da anni ’60-’70; avete presente “Noi non ci saremo” di Guccini? Evidentemente non è così, almeno nella mente e nelle parole di Amis che, con la sua arguzia e freddo umorismo, ci getta davanti all’annientamento dovuto all’uso e all’abuso dell’energia nucleare.
Tra le righe di questi racconti, è come se la bomba si sia mangiata la scrittura stessa: spunta fuori nei pensieri dei personaggi, nelle metafore che Amis usa e lascia lì con malcelata nonchalance; si trasforma lui stesso – lo ammette ad un certo punto – in un “rilevatore di radioattività”.
La sindrome einsteniana
La sindrome einsteniana di cui il libro e l’autore soffrono è quella dello scioglimento, della atomizzazione delle relazioni, della corsa sfrenata alla violenza. Fino a che qualcuno avrà il coraggio di dire basta; un esempio si raccoglie nel racconto “Bujak”. Altro sintomo: la schizofrenia dei figli, che non è solo malattia ma una risposta inconscia, quasi inconsapevolmente morale, alle scelte dei padri; si legga in proposito “Insight al Flame Lake”. È forse lì, in quelle pagine, che la raccolta raggiunge la sua acme.
Il sogno disinnescato
Talmente plumbeo il cielo e l’orizzonte di questo libro che anche il sogno dell’immortalità trascolora, disinnescato dall’inverno e dalla desolazione del post-nucleare. Un libro in cui il genio visionario di Amis risplende. E ci basta così.
