
La fascinazione per la Tarda Antichità
Ora sarai celebrato tu, potente storione, animale marino, che, come se l’olio attico avesse unto il tuo dorso, io stimo essere un delfino fluviale: con simile maestà tu scorri nelle acque, e tali sono le difficoltà, che tu provi, nello spiegare, avanzandoti, il lungo tuo corpo, quando sei protetto dai bassifondi o dalle ulve del fiume. Ma quando tu compi il tuo corso pacifico nella corrente, allora ti guardano meravigliate le verdi rive, la scura moltitudine dei pesci …
Non faccio mistero di subire anch’io la fascinazione per le epoche del passato che il nostro sguardo di uomini del XXI secolo raccoglie sotto l’etichetta certe volte limitante di “decadenti”. Una di queste è senza dubbio la Tarda Antichità, un’etichetta inventata dagli storici negli anni ’70, uno su tutti, Peter Brown.
Vi si intende quei secoli che vanno dal III al V secolo, quando con la caduta dell’impero romano d’Occidente avviene una nuova cesura, quella che apre le porte al Medioevo. In realtà non è mai come le etichette e gli -ismi ci dicono e anche la Tarda Antichità è un tempo di lunghe transizioni, di cultura e di letteratura in lento ma inesorabile cambiamento. La Storia è un continuum sfumato.
Letteratura tardoantica e stilemi latini
Quello che mi affascina è in particolare la letteratura. Sarò uno di lettere, quindi ho una propensione a vedere la Storia come ancilla del testo scritto; un con-testo che spesso mi aiuta a capire chi ha scritto quelle parole che mi attraggono e che mi risuonano, anche se vengono da secoli lontani.
Ogni volta che leggo un poeta tardoantico si rivela la stessa magia: il vedere e sentire tra le righe di quei testi il rumore della storia, soffuso, lontano. Perché quei testi della Storia se ne fregano.
Chiusi in una spavalda ripetizione degli stilemi della letteratura latina aurea, negli stessi metri, nelle stesse parole di tre secoli prima. Sono come una corazza o, se volete, una torre ben fortificata.
La Mosella di Ausonio
Mi viene in mente Ausonio e la sua “Mosella”, che recentemente ho riletto. Precettore di Graziano, figlio dell’imperatore Valentiniano I, il poeta intraprende un viaggio nella regione dove scorre il fiume Mosella, fino alla città nuovamente imperiale di Treviri.
Il poemetto è tutto un profondersi di encomi: la regione stava a cuore all’imperatore che la aveva fatta fortificare e ad Ausonio, che già amava quel luogo, il paesaggio sembra quello di un nuovo inizio.
Il fiume diventa un’arteria di civilizzazione, un collegamento diretto tra la Gallia e il nuovo centro dell’impero.
Silenzi, simboli e retorica
Non viene messo in discussione quel nuovo ordine; il poeta non sa e non può sapere quanto effimero sarà; o forse ne era consapevole ma volutamente lo ignora. È uno di quei silenzi che spesso in letteratura si sentono: pesano le parole dette, ma anche quelle taciute.
La Mosella è presentata come un piccolo Oceano, popolato da pesci, prospera di vite, di mulini, di fortificazioni e di un via-vai di contadini, operai, barcaroli e funzionari imperiali.
Non stupisce che a un certo punto Ausonio celebri perfino i fondali e i pesci del fiume. È lo sfoggio retorico di chi, forte di un codice letterario consolidato, può permettersi di giocare con i simboli, trascinando il lettore in un banchetto poetico.
Conclusione: l’ossessione per i fiumi nella poesia tardoantica
Il ritmo dell’esametro, i paroloni altisonanti, l’influsso della “letteratura per la letteratura” alessandrina avevano celebrato imperatori; perché non anche lo storione della Mosella?
Dell’ossessione per i fiumi, vero correlativo oggettivo della psiche tardoantica, e del loro eterno tornare nelle parole dei poeti di quell’epoca parleremo nella prossima puntata.
Intanto, buona lettura di Ausonio e buon pesce a tutti!
