Alberto Manguel, l’autore bibliofilo per eccellenza, quello della Biblioteca di notte, quello de La storia della lettura. Sì, Alberto Manguel è il nostro “paladino”, quello che meglio ci ha raccontati ed espressi, noi malati di libri, che di libri quasi viviamo e respiriamo.
Un collezionista esemplare di cui tutti sogniamo di emulare la pantagruelica collezione. Circa 40.000 volumi, che, invece che a noi, lui ha donato alla città di Lisbona, per farne un Centro internazionale sulla lettura, di cui è diventato direttore.
Manguel, però, è anche il giovane che leggeva romanzi a Borges, vecchio e ormai cieco, e poi è anche romanziere lui stesso.
In questo articolo parleremo soprattutto della sua produzione narrativa, meno conosciuta al pubblico, in Italia edita da nottetempo, per poi fare una piccola incursione nella saggistica.
Stevenson sotto le palme

«In questa parte del mondo, le storie che uno racconta diventano parte della realtà».
Saremmo tentati di classificare Stevenson sotto le palme (nottempo editore) come un esercizio di stile, un esempio di letteratura per la letteratura. Sì, forse è così, però questo non toglie che sia tremendamente efficace.
Del resto, Manguel è un grande bibliofilo, anzi, direi il principe di tutti i bibliofili. Dirige il Centro di lettura internazionale “Espaço Atlântida” in quel di Lisbona. Il Centro nasce a partire dalla collezione di libri – 40.000 volumi – che Manguel ha donato alla città.
Quindi, nessuna sorpresa se la sua scrittura è figlia di altri libri; come se gli scrittori del passato fuggissero dai propri volumi per reclamare nuova vita.
In Stevenson sotto le palme ci immergiamo nel sole di Samoa con il famoso scrittore scozzese. E Stevenson da persona storica diventa personaggio letterario, protagonista di un’avventura, una discesa progressiva verso l’inferno, un omaggio alla sua stessa scrittura.
Il libretto è anche un’interessante variazione e riflessione sul tema del doppio e sui confini tra realtà e letteratura. Manguel esorcizza con la scrittura l’incubo forse più grande per uno scrittore: vedere i propri personaggi uscire dalla pagina e prendere vita, a sua insaputa.
Questo breve apologo deve una buona parte del suo fascino anche all’ambientazione, quei Caraibi dove le storie hanno tutta un’altra fattura: si narrano perché sono vere e solo se sono vere. La fantasia e il piano ideale sembrano non esistere, o meglio, esistono ma nella stessa realtà di tutti i giorni.
Un libretto, quindi, in bilico tra sogno, letteratura e realtà, nel complesso molto godibile.
L’amante puntiglioso

«L’osservazione non è mai istantanea. L’occhio esige tempo per comprendere ciò che vede»
«Le mie fotografie mi concedono la continuità che il corpo mi nega e mi regalano tempo»
Un altro inganno. Un altro bellissimo ed ammaliante inganno. Alberto Manguel ne L’amante puntiglioso (nottempo editore) ricostruisce con la fantasia l’itinerario di un personaggio molto affascinante, tal Vasainpeine: documenti, testimonianze, lacerti di opere, diari.
Pian piano si compone una vera e propria indagine, un viaggio bibliografico tra fonti verosimili su un personaggio del tutto fittizio. Sì, inventato. Vasanpeine non è mai esistito.
Insomma, il falso che diventa vero o, se volete, la magia della letteratura. E a Manguel, che vive di libri, li colleziona, grande abitatore e curatore di biblioteche, non pare vero.
Siamo nel suo mondo dei balocchi: creare a bella posta fonti false ma concrete, analogiche, del caro vecchio mondo di carta e inchiostro: libri, taccuini, registri etc.
Il centro, il fulcro di questa narrazione, il suo piccolo scrigno è proprio il personaggio di Vasanpeine. Un malato della nostra stessa sindrome: l’ossessione per le immagini, l’ossessione per i dettagli.
Un giovane che, lavorando nei bagni pubblici e appassionandosi di fotografia, comincia piano piano a collezionare dettagli visivi, istantanee, delle persone che incontra. Immagini che lui non può fare a meno di collezionare ed adorare, inseguendo un sogno: prolungare l’effimero e donargli l’eternità.
Un personaggio, quindi, perennemente in preda al proprio desiderio, divorato dall’avidità di possedere frammenti di vita altrui.
È anche un personaggio appassionato, ostinato ma anche e soprattutto perennemente innamorato, succube delle immagini, perennemente in attesa del colpo di fulmine finale, del flash giusto, dell’otturatore che si chiude e cattura l’incatturabile.
Manguel riesce nel miracolo di cesellare un personaggio indimenticabile in poche pagine, danzando con leggerezza e tatto sul filo del desiderio e della perversione.
Il ritorno

«Chi di loro era ancora vivo? Chi di loro era morto? Chi di loro se ne era andato, come lui, in esilio o, per meglio dire, all’estero perché l’esilio sembrava prevedere un ritorno e invece lui, Fabris, sapeva che un ritorno come era possibile…»
Il ritorno (nottempo editore) è forse il romanzo breve più personale e più sudamericano dei tre di Alberto Manguel che prendiamo in considerazione in questo nostro breve articolo.
Il protagonista Fabris torna dopo anni a Buenos Aires per partecipare al matrimonio di un suo figlioccio. Quando torna nella capitale argentina, però, c’è qualcosa di strano: tutto sembra essersi fermato al momento in cui lui è andato via: vecchi amici, vecchi locali vecchie librerie.
È il passato della nostalgia ma ha qualcosa di straniante.
O forse semplicemente è il passato della memoria: qualcosa lo ricordiamo bene, qualcosa lo ricostruiamo come vogliamo, come vorremmo sia stato; aggiustiamo ciò che si è rotto.
Allora, cos’è la storia narrata ne Il ritorno? Si tratta di una visione, di un sogno, forse di un’esperienza pre-morte? Non lo sapremo mai e il confine fra tutte queste ipotesi è molto labile.
In una Buenos Aires scialba, vuota e poi improvvisamente affollatissima, sbiadita e polverosa, Fabris è rapito da questo paesaggio del ricordo. Ne viene quasi trascinato e poi inghiottito: sembra non avere più una sua volontà.
Nella seconda parte entriamo nella parte più densa del libretto: una vera e propria allegoria, quasi dantesca, che condensa in pochissime pagine la storia Argentina, un paese che deve fare i conti con il proprio doloroso passato ogni giorno.
Un racconto vivo, umano, forse non così bello e appagante dal punto di vista letterario ma vi si sente una partecipazione al di là della retorica, anzi senza retorica: per andare avanti senza mai dimenticare.
La biblioteca di notte

«Ogni biblioteca soggiace a questo spasmodico bisogno di crescere per pacificare i nostri spettri letterari – quegli antichi morti che si levano dai libri per parlarci, come li descriveva Seneca nel I secolo d.C., di ramificarsi e di gonfiarsi finché, in un ipotetico ultimo giorno, includerà ogni volume che sia mai stato scritto su ogni argomento immaginabile»
La biblioteca di notte (Archinto editore; nuova edizione Vita e pensiero): ovvero la bellezza dell’excursus, del divagare.
Attorno alla biblioteca, al suo essere luogo e tempo, Manguel raccoglie tutte le possibili declinazioni dell’idea che da Alessandria ci avvinghia ed affascina: raccogliere e ordinare il sapere.
Ogni capitolo quindi una diversa lettura della biblioteca: biblioteca come mente, come forma, come caso, come ombra, come potere.
La biblioteca di notte è un libro di libri, un libro biblioteca, collega con il filo rosso decine e decine di autori e di destini; allo stesso tempo, come tutte le biblioteche, è personale, ribelle, ardito, irreplicabile.
Una lettura colta ma che, fortunatamente, non te lo fa pesare.
Il libro degli elogi

«La mia biblioteca è una sorta di autobiografia. Nel proliferare degli scaffali vi è un libro per ogni istante della mia vita, per ogni amicizia, per ogni delusione, per ogni cambiamento»
Errante, personale, miscellaneo, lettura godibile e, se vi piacciono i saggi brevi, lo sarà ancora di più Il libro degli Elogi (Archinto editore).
Del resto, i veri lettori non amano cacciare in branco, così questi saggi non sembrano avere una traiettoria definita, vagano capricciosi.
Poi comunque in qualche modo arrivano e colpiscono nel segno.
Prova che Manguel può ammaliare anche senza il filo rosso di un tema aggregante, anzi forse è nella forma della saggistica pura che trova una delle sue vesti migliori.
