5 libri di Alberto Savinio da leggere per scoprire lo scrittore

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Alberto Savinio — pseudonimo di Andrea de Chirico — è stato scrittore, pittore, compositore e drammaturgo, ha attraversato i linguaggi dell’arte con un’ironia sottile, un’erudizione e uno sguardo costantemente proiettati oltre il limite della realtà visibile.

libri di alberto savinio

Definita dallo stesso Guillaume Apollinaire come la quintessenza del «surrealismo prima del surrealismo», la sua pagina letteraria è un labirinto di mito, memoria, fantastico e lucida divagazione filosofica, dove l’ordinario si increspa e il quotidiano rivela la sua natura enigmatica.

Riscoprirlo oggi significa immergersi in una prosa elegante e dissacrante, capace di trasformare il colto divertimento in una profonda indagine sull’uomo e sulle sue illusioni.

Riscoprirlo, spero, come scrittore e non solo come artista, come lui stesso avrebbe voluto, alla luce delle troppe sofferenze patite in vita visto l’alterno successo dei propri libri.

Il tempo è sempre galantuomo e il 2026 sembra l’anno saviniano visto che a Torino alla Pinacoteca Agnelli inaugurerà il 30 ottobre Alberto Savinio. Souvenir, la più importante retrospettiva dedicata all’opera dell’artista e intellettuale, nato ad Atene e romano d’adozione.

Ecco 5 libri di Alberto Savinio con cui cominciare il vostro itinerario saviniano.
Sono sicuro che difficilmente tornerete indietro.

Infanzia di Nivasio Dolcemare

Infanzia di Nivasio Dolcemare Alberto Savinio

Un tuffo nell’infanzia tra nostalgia e quel sentore di magico, di irripetibile, di prima volta. Con uno sguardo ironico e velatamente dissacrante Savinio racconta una normale iniziazione alla vita di un pargolo dell’alta borghesia ateniese di inizio ‘900.

Normale e allo stesso tempo unica, perché negli interstizi della normalità si annida il magico, l’esoterico, la ricerca mistica di qualcosa di altro. Che sia il primo approccio al sacro o all’amor profano, poco importa. L’atmosfera di questa infanzia saviniana è sospesa, tra il sogno e il ricordo.

Spassosissime le vicende che riguardano il rito borghesissimo e domestico della ricerca della donna delle pulizie, che esporrà la famiglia di Nivasio a rocamboleschi eventi. E poi vi affolleranno la mente le figure di contorno, delineate con nettezza e peculiarità indimenticabili.

Sarebbe facile richiamare il fatto che Savinio sia stato pittore, fratello di quell’altro grande pittore. Facile e più giusto riconoscere che sia stato un grande in entrambe le arti. Pittura e scrittura non sono nemiche qui, sono Muse che si danno la mano.

Tragedia dell’infanzia

Tragedia dell’infanzia alberto savinio

Capire cosa sia l’infanzia. Meglio di Rousseau, che se l’è praticamente inventata. Se volete saperlo per davvero, senza bisogno di edulcoranti, leggete Tragedia dell’infanzia.

Intanto, nella poetica saviniana, siamo ad uno snodo centrale: quello della prima età in cui magicamente si fa esperienza della vita per la prima volta, capendola per vie misteriose e oscure, lasciando una traccia dentro di noi, che poi, in seguito, possiamo solo ripercorrere.

Quindi, per Savinio, tornare all’infanzia, ai propri luoghi, è partire e tornare allo stesso momento, ogni volta raccogliendo un piccolo frammento di consapevolezza in più. Chiamiamola saggezza, ma solo tornando lì se ne può raccogliere qualche sprazzo. Esempio ne siano le riflessioni qui contenute sull’alterità, sull’inumanità dell’adulto: solo con gli occhi del bambino si possono cogliere appieno.

Eppure, permangono quelle voci, la paura e la vividezza del buio, quei colori. Quelle sono fascinazioni che il bambino di Tragedia poi passa al Savinio adulto, scrittore e artista.

I traumi, invece – spassosi quelli del calomelano e la vicenda del passerotto Leonida – vengono raccontati in modo velatamente ironico ma dannatamente serio, allo stesso tempo.

La sezione più corposa è quella dedicata al Teatro Lanarà, tempio magico e fatato dove il Savinio bambino sul palcoscenico apprezza modelli di varia umanità; ad alcuni aderisce, da altri si lascia ammaliare, di altri ancora si interroga.

Il teatro, insomma, come grande spettacolo umano, che prepara alla vita, anzi che è vita esso stesso. Anzi, – tagliamo la testa al toro! – che della vita è meglio:

«L’arte coglie lo specchio delle cose e lo fissa per sempre. L’arte sorprende la natura nel suo stato di pazzia. Dipinto, il golfo era più bello che al naturale».

E poi, viene la crescita, il cambiamento inevitabile: cambiamo noi o cambia il contesto attorno a noi; forse son vere entrambe le cose. Si tratta di morte o di rinascita; un tuffo nella buia profondità dell’essere e non sembriamo più noi. Le ultime pagine lo sanno rappresentare in modo vivido, quasi lacerante.

Savinio, anche qui – non c’è quasi bisogno di dirlo – si conferma abilissimo nel lasciare le nostre domande nell’indistinto e nell’ambiguo, in un gioco continuo di visioni, infatuazioni, fantasie, realtà e surrealtà. Cercare risposte da questo libro forse è chiedergli una cosa che non può dare.

Farci tornare bambini, rendendo per un attimo nuovamente nostro lo sguardo infantile, quello sì, ce lo può dare benissimo.

La nostra anima

La nostra anima alberto savinio

La nostra anima (1944) è forse il libro più godibile di Savinio, in cui levità e profondità si confondono perfettamente. L’ironia amalgama tutto e viene lasciata andare a briglie sciolte, sulla scia dell’assurdo, soprattutto nella sezione del racconto narrato dalla protagonista.

Savinio gioca con il mito, con la sua distanza da noi, quel suo essere surreale, incredibile, straordinario.

In un museo di Tessalonica, Nivasio Dolcemare, alter ego dello scrittore, il dottor Sayas e la ragazza che lo accompagna, Perdita, incontrano Psiche, ragazza dal volto di Tucano, sul cui corpo i visitatori hanno “inciso” ricordi e messaggi.

Tutti sogniamo di incontrare la Psiche del mito, La nostra anima, appunto. Sogniamo di tempestarla di domande. Sarà la ragazza ad anticipare la curiosità di tutti, a parlare e a raccontare la sua storia, contraddicendo e riscrivendo la storia tramandata da Apuleio.

Il libretto, come molti di Savinio, viaggia con brio, sulle onde di un ritmo contrappuntistico, in un gioco di specchi tra la curiosità incalzante di Nivasio, il mito come tutti lo conosciamo, di cui si fa portavoce Perdita, e la verità, quella svelata da Psiche.

In questo racconto le sezioni, sia quelle oniriche che quelle realistiche, si armonizzano a dovere svelando la pura magia del narrare saviniano, quell’intersecare perfettamente musica, erudizione, mitologia con il suo sguardo ironico, unico, distaccato ma pungente e per il quale non finiremo mai di ringraziarlo.

È un peccato che a Savinio il successo non sia stato riconosciuto in vita, tanto da dolersene amaramente e, se dobbiamo credere alle parole del fratello più famoso, accelerarne la morte.

Allora, il minimo che possiamo fare è continuare a leggerlo e diffonderne gli scritti, tanto più ora che i diritti sono scaduti ed editorialmente, speriamo, si potrà cogliere una buona occasione per farlo riscoprire e aprirgli i cuori di nuovi lettori.

La casa ispirata

La casa ispirata alberto savinio

Ne La casa ispirata Savinio gioca con la forma del racconto e del romanzo. Essendo uscito a puntate, il libro sfrutta la forma del frammento riunendo poi tutto sotto uno stesso tetto, metaforicamente e non solo.

Un luogo ne è protagonista: la “casa ispirata” del titolo, in quel di Parigi, abitata da presenze umane e non. Un luogo abitato dagli stessi personaggi in un clima surreale di sospensione, che non viene mai sciolto né volutamente sostanziato dall’autore.

Così, anche la trama rimane leggera, esile, in attesa che quella atmosfera sospesa venga rotta da una presenza soprannaturale o da qualche squarcio della realtà che viri verso la sfera mistica.

Quindi, potremmo parlare di un libro strano ed unico: un libro di fantasmi ma anche un libro da interno borghese dove Savinio gioca con l’ironia un po’ francese, un po’ colta, un po’ più bassa – come magistralmente sa fare – prendendo di mira i riti della vita del ceto medio.

Ecco, quindi, che la famiglia Lemauzy e i suoi commensali sono ombre, fantasmi che vivono la casa ispirata insieme ad altri spiriti, ombre tra altre ombre, ma anche sostanzialmente umani: il nonno reduce di guerra, l’abate, il magistrato; tutte figure che animano i tipici salotti della borghesia, personaggi e uomini insieme.

E l’autore sta nel mezzo, un po’ medium, un po’ osservatore divertito.

Come in Infanzia di Nivasio Dolcemare anche qui è presente curiosamente il tema del Divino, dell’esoterico, un filone narrativo che viene agganciato non a caso al personaggio adolescente, come nell’altro romanzo.

Un libro di fantasmi e di mostri, abbiamo detto. In cui, però, quei mostri possono essere i nostri vicini, oppure siamo proprio noi. Un libro in cui il surreale e il paranormale non sembrano poi così lontani dall’altrettanto spaventevole quotidianità borghese.

Capri

capri alberto savinio

Inutile classificare Capri di Savinio ma proviamoci.

Un’ode all’isola? Sì, sicuramente. L’autore è completamente ammaliato dal luogo, pronto a perdonare i primi esiti di quella malattia turistica, che già negli anni ‘30 Savinio registrava ed oggi vediamo in tutta la sua infestante diffusione.

Una rievocazione di viaggio? Sì, ma alla Savinio, cioè del tutto letteraria e del tutto partecipata da spiriti, figure mitiche e favolistiche; quindi, sì ma se accetterete come guide d’eccezione Circe, Minerva ed Augusto.

Per non tacere, poi, dei fantasmi, dei precedenti abitatori dell’isola che solo lo scrittore un po’ sciamano, un po’ stregone, può rievocare. Così, Savinio, mosso dalla incessante curiosità, erra per l’isola, facendosi un po’ prendere dall’animo guerriero del posto, un po’ abbandonandosi alla sua bellezza.

La sua è un’ascesa incantata, che parte dal punto più profondo, la magica Grotta Azzurra, e si conclude nel punto più alto dell’isola.

Una sorta di ascesa al Monte Ventoso ma senza il corollario morale petrarchesco. A spingere Savinio agisce solamente il gusto letterario di possedere e fermare su carta un luogo che era e resterà eterno.

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