
Pasolini parte per l’India insieme a Alberto Moravia nel dicembre del 1961. Vi si recano per partecipare alla celebrazione del poeta indiano Rabindranath Tagore. In realtà quel convegno sarà la solita riunione di cadaveri, chioserà più avanti Pasolini. Al poeta di Casarsa interessa altro: comprendere l’essenza di quel paese. Il suo è uno sguardo scientemente preservato, vergine. Per lui è il primo viaggio al di fuori dell’Europa, il primo nel cosiddetto “terzo mondo”. Ad accompagnarlo Moravia, un viaggiatore più esperto, esperto della scrittura odeporica, che da sempre ha fatto del viaggio un orizzonte di libertà, nel quale costantemente affinare il suo sguardo di intellettuale. Dal viaggio i due compagni, ai quali più avanti si unirà Elsa Morante all’epoca moglie di Moravia, trarranno due resoconti che sono passati alla storia. L’odore dell’India raccoglie nel 1962 gli articoli scritti da Pasolini per «Il giorno» e dedicati alle sue notti indiane ed è l’unico contributo pasoliniano al genere della scrittura di viaggio. A stretto giro uscirà Un’idea dell’India di Moravia, una goccia nel mare della produzione dello scrittore romano dedicata a raccontare l’altro: Africa, Asia, America. È chiaro che i due libri corrono parallelamente, incrociano le loro strade ma senza che queste si uniscano del tutto. I due sguardi rimangono volutamente dissimili, quasi opposti, e forse questa differenziazione è dovuta proprio alla presenza in quel viaggio di entrambi. Così Moravia ha accentuato forse il suo savoir-faire da viaggiatore “scafato”, che guarda al mondo che ha davanti avendo alle spalle una documentazione forte con il quale leggerlo; Pasolini, dal canto suo, fa di tutto per presentarsi come un viaggiatore inesperto, disincantato, che non sopporta sovrastrutture e che guarda all’orizzonte indiano con lo stesso acume per il particolare, vivido, con cui guarderebbe alle periferie romane che amava percorrere a piedi.
L’incipit programmatico de L’odore dell’India
L’incipit dello scritto indiano di Pasolini è altamente programmatico: si apre con lo scrittore che convince Moravia a intraprendere una breve passeggiata nei dintorni dell’albergo. È così fin da subito: Pasolini e Moravia vengono rappresentati come due modelli antitetici e ironicamente contrapposti, il modello moraviano non può essere taciuto e su questo viene ricalibrato quello pasoliniano. All’improvviso un canto squarcia l’aria:
«il tono, il significato, la semplicità sono quelli di un qualsiasi canto di giovani che si può ascoltare in Italia o in Europa: ma questi sono indiani, la melodia è indiana. Sembra la prima volta che qualcuno canti al mondo. Per me che sento la vita di un altro continente come un’altra vita, senza relazioni con quella che io conosco, quasi autonoma, con altre sue leggi interne, vergini».
In queste prime battute indiane Pasolini sembra convogliare l’energia e l’interesse dei lettori, lettori di giornale, quindi non specialistici, nel chiarire la sua visione, la lente (quasi fosse un obiettivo cinematografico) che userà in questo suo viaggio: un occhio che egli definisce puro, vergine, destrutturato. Solo così si può cogliere l’essenza di ciò si vede, solo così si possono scoprire quelle comunanze che ci rendono uomini al di là della nazione di appartenenza. Così nel canto, che è forma d’arte che può trascendere il momento del qui e ora e che può racchiudere in sé una sapienza antica, Pasolini riconosce allo stesso tempo l’identità indiana (la melodia) e il richiamo al suo mondo di partenza, quello italiano, quello dei giovani. Inoltre identifica nella forma canzone una modalità attraverso la quale può passare la comprensione su un livello superiore rispetto a quello garantito dalla razionalizzazione1. Analogamente, in un altro episodio i due scrittori incontreranno un gruppo di studenti indiani e la comunicazione tra i due gruppi avviene solo attraverso la musica ed uno scambio di sguardi. In entrambi gli episodi viene veicolata dalla scrittura pasoliniana anche una certa nostalgia inspiegabile, un rammarico nel cogliere il sentimento veicolato dal canto, nel simpatizzare con esso ma allo stesso tempo non esserne partecipe. Così lo scrittore si congeda dai primi canterini indiani:
«mi pare che ascoltare quel canto di ragazzi di Bombay, sotto la Porta dell’India, rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una conversione alla vita. Non mi resta che lasciarli cantare, cercando di spiarli dall’angolpaso finto marmo della porta gotica».
Il canto, il mistero e l’India ineffabile di Pasolini

La canzone è una delle tante modalità attraverso le quali si palesa l’epifania di un’ “alterità vivificante e liberatoria”2, umana ma cancellata nella società europea e comunque vittima del consumismo. È il quid del Primitivismo, quell’identità ancestrale, terrena che ci accomuna tutti. Anche a Varanasi, centro religioso dell’India, riemerge questa nostra identità sommersa e predilige sempre la via canora per mostrarsi al viaggiatore che la sa cogliere:
«Sotto un portichetto dipinto di fresco di verdognolo, nella confusione di tassì, cenci e vacche, sentiamo il suono insistente e primitivo di una musica».
Attraverso la parola cantata passa il mistero dell’India. Un fondo di verità che si manifesta in modo parziale e sempre epifanico. Pasolini si pone in piena sintonia con essa, così coinvolto che la sua parola quasi rinuncia alla razionale oggettivazione, preferendo esprimersi per via estatica; una spia in questo senso è l’episodio appena citato sotto la “Porta dell’India”: il canto dei poveri viene lì qualificato come «ineffabile». L’uso dell’aggettivo non è un unicum ma segna una costante che attraversa, come un fiume carsico, tutta la scrittura indiana di Pasolini: l’ineffabilità dell’esperienza diretta dell’India. L’India, come spesso capita, era stato così anche per Guido Gozzano, è terra che non si può raccontare, terra della quale non si può dire, che entra nelle viscere in un modo così pregno che restituirla sulla pagina è una sfida. E spesso l’unico modo per farlo è rinunciare, comunicare questa rinuncia. Un altro esempio lampante di questa impossibilità la si può riscontrare in un altro ritratto di gioventù:
«Era scalzo, le sue scarpe erano lì accanto sulla putrida polvere. Stava eretto, immobile, inafferrabile: fatto puro silenzio. Guardai che cosa adorava. Si trattava di un ranocchio, alto un metro, chiuso dentro il tempietto, in fondo a dei sudici tappeti gialli. […] Riguardai la faccia del giovane che pregava: era sublime»3.
Negazione, silenzio e scrittura del limite
Possiamo far ricadere questo e molti altri esempi in una sfera semantica molto ampia: quella della negazione. Uno scoglio, una barriera che trattiene dalla comprensione e ne mette in dubbio la comunicabilità. La scrittura è sfida, come detto. La gara però sembra persa in partenza. In diversi luoghi del testo Pasolini si autorappresenta «solo, sperduto, muto, a piedi»: la sua è un’attenzione muta che by-passa la parola cercando di cogliere un’India costantemente sfuggente4.
Modernità, Nehru e la borghesia indiana secondo Pasolini
Accanto a questa linea carsica che canta l’India e la sua ineffabilità, e sulla quale però converge il coinvolgimento del poeta che è dentro quella dinamica, l’interesse di Pasolini si rapprende anche attorno ad un tema caldo, di stretta attualità in quel 1962: l’europeizzazione dell’India, che aveva eletto in quegli anni Jawaharlal Nehru sua guida. Per Pasolini, anche a causa della pubblicazione su giornale e quindi del taglio da reportage di L’odore dell’India, non c’è possibilità di tirarsi indietro, anche volendo: di qui, un’attenzione forse maniacale e quindi sempre attenta e vivace al vestiario delle persone incontrate e a tutti quei dati esteriori che comunicano questo cambiamento in fieri. Nelle diverse scelte di vestiario Pasolini legge un paese che muta pelle, nel quale convivono e si sovrappongono come in un palinsesto istanze vecchie e nuove. È questo nugolo di differenze inconciliabili che spiazza spesso il visitatore europeo dell’India; portare sul piano della logica questa convivenza degli opposti è impossibile se non usando spesso la concessiva: «sembrano scampati ad una distruzione eppure felici».

Le categorie occidentali quindi cadono, inutilizzabili, ma nel caso di Paolini il gioco comparatistico viene sabotato dal principio. Il suo smarrimento di viaggiatore si limita alla semplice constatazione. Lo scrittore, che fin da subito si dichiara «divoratore insaziabile del nuovo tanto più se fitto d’echi di arcaicità»5, è lì per trarre linfa vitale dal paese, e in questa sua dimensione è trascinato da un entusiasmo che lo fa arrestare dinanzi a quei tratti che possono più di tutti darvi accesso: la canzone di una vecchia morente, il canto di alcuni studenti, lo sguardo di un bambino. Pasolini non prende posizione, semplicemente mostra sympatheia, partecipazione. Il suo non è un approccio obiettivo, come abbiamo detto; vuole bensì privilegiare le passioni, scelte ad insindacabile giudizio del proprio Io; quello che vuol fare è restituire un’esperienza soggettiva.
Le due anime del reportage pasoliniano
Da questo punto di vista, viene fatto slittare anche il genere del reportage a cui L’odore dell’India dovrebbe essere ascritto. L’opera produce conoscenza, ma questa non sempre è codificabile in un giudizio e quindi comunicabile. Può raggiungere il lettore a patto che anche lui si accordi a quello che è qualcosa di più di un semplice sentimento.
Pasolini adotta lo stesso metodo di Oliver Curtis, fotografo6 che recentemente ha pubblicato una serie dedicata ai grandi monumenti mondiali inquadrati dal lato sbagliato. Tecnicamente il reportage pasoliniano è sbagliato: racconta e seleziona il materiale in base a criteri del tutto personali e per questo opinabili.
Pasolini ricerca questo coinvolgimento; come molti dei visitatori della penisola indiana, ricerca lo choc e lo restituisce scegliendo traiettorie teatrali e che sfiorano i toni del patetico; l’occhio pasoliniano è «drammatico, soprattutto, allorquando l’io è posto a contatto con un’esperienza che produce choc ed effetti di spaesamento, peraltro ricercati con oltranza da Pasolini, impegnato poi ad esibirli, ma anche a ricomporli nella scrittura»7.
Se nel raccontare quest’India, che lo coinvolge in una dimensione profonda, Pasolini umanamente sospende il giudizio perché sovrabbondanti sembrano da parte sua adesione e comprensione, l’intellettuale, invece, prende posizione e anche con una certa veemenza critica nei confronti della borghesia indiana: nella classe sociale media egli ravvisa un immobilismo che congela le istanze vitali del paese, una galleria di pose fini a se stesse e che ne fanno presagire la morte; emblematica la descrizione dei convegni che gli capita di incrociare nelle hall degli alberghi:
«È straordinario il vigore che ha in India quell’antipatica istituzione che si chiama Rotary Club. Non c’era albergo dove andavamo (e gli alberghi dovevano essere per forza di prim’ordine) dove non trovassimo della gente raccolta a un cocktail. Ma parevano riunioni di morti. Imbalsamati con addosso il loro bel sari fiammante».

La borghesia indiana nell’ottica di Pasolini castra le potenzialità di rinascita che il paese tutto potrebbe legittimamente avere. Il ripiegamento nelle «dolcezze della famiglia» per il poeta è un limite, una scelta che cristallizza nella paura qualsiasi velleità di sviluppo.
Il finale sul Gange: vita, morte e mistero dell’India
La dolcezza si tramuta così in uno stereotipo che impone una lettura semplicistica ma comoda. In questa India non vi è più mistero. Pasolini, però, come ha mostrato efficacemente Benvenuti8, può condurre questa interpretazione per via assertiva solamente grazie ad uno stereotipo di cui si impossessa, senza chiedere il permesso, per urgenza. In questa lettura sociologica, fredda e veicolata attraverso sicure asserzioni (Pasolini non presenta esempi che confortino la sua tesi), non è presente lo stesso trasporto, che portava all’immedesimazione, all’incorporamento incontrata nella prima parte del testo. Le due modalità di interpretazione del tessuto sociale indiano convivono nel testo pasoliniano senza che ci sia il tempo di armonizzarle. Un contrasto non dissimulato che rende L’odore dell’India un testo dalle due anime; nella seconda parte (a partire dal sesto capitolo) emerge forte l’istanza dell’intellettuale alla ricerca della demistificazione. La lotta di Pasolini è alla spersonalizzazione, dinamica presente in tutte le società moderne, che anche in India sta aprendo le porte dell’appiattimento culturale. Il conformismo è ovunque, fino a rendere quella indiana una società bloccata dall’incessante codificazione. Simbolo ne è lo stesso presidente indiano, quasi corpo simbolico della nazione:
«Dicevo all’inizio, per queste ragioni, che tra l’India castale e il suo leader educato a Cambridge, la differenza è talvolta addirittura un abisso. Eppure, eppure… anche nella pignoleria legalitaria di Nehru, nella sua cavillosa e quasi maniaca difesa del sistema parlamentare, c’è qualcosa di quella codificazione paralizzante che è tipica di tutti gli indiani.»
In questa dicotomia tra interpretazione dell’immobilismo sociale e l’ammirazione per l’India ancestrale si dibatte l’io pasoliniano di queste prose indiane. Tra la morte del tessuto sociale e la vitalità del canto e dell’antico patrimonio culturale indiano, la sete istintuale di Pasolini si placa solo nelle pagine finali. Dinanzi ai roghi sul Gange, come topos letterario vuole (anche Gozzano aveva fatto concludere lì il suo tour): in quella cerimonia, così umana da celebrare vitalmente, con l’energia del fuoco, la morte, si rinnova il mistero dell’India. E la parola tace.
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Verso la cuna del mondo: un testo anomalo nella produzione di Guido Gozzano
Il viaggio di Giorgio Manganelli in India: nascita di Esperimento con l’India
Bibliografia essenziale:
Giuliana Benvenuti, Il viaggiatore come autore. L’India nella letteratura italiana del Novecento, Il mulino, Bologna 2008, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 109-151
Rossana Dedola, La valigia delle Indie e altri bagagli. Racconti di viaggiatori illustri, Bruno Mondadori, Milano 2006.
Enzo Golino, Pasolini. Il sogno di una cosa, Bompiani, Milano 2005
Fabio Pierangeli, Francesca M. Papi, Laura Pacelli, Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario, Mondadori Education, Milano 2011.
Ricciarda Ricorda, La letteratura di viaggio in Italia dal ‘700 al ‘900, La Scuola, Brescia 2012.
- «La canzone, nella sua apparente banalità, è la voce di un’India piena di rivelazioni e di misteri, che la retina cattura nella loro superficie esterna e il canto lascia prorompere e presentire. Un canto del quale non è comprensibile che la melodia […]», Giuliana Benvenuti, Il viaggiatore come autore. L’India nella letteratura italiana del Novecento, Il mulino, Bologna 2008, p. 115. ↩︎
- G. Benvenuti, cit., p. 118. ↩︎
- L’odore dell’India, p. 32. ↩︎
- A proposito dell’abolizione delle caste, Pasolini dichiara «per un osservatore come ero io, la cosa aveva un’aria ambigua e sfuggente» (L’odore dell’India, p.79) ↩︎
- Laura Pacelli, In viaggio con tre autori esemplari del Novecento: Moravia, Pasolini, Morante in Fabio Pierangeli, Francesca M. Papi, Laura Pacelli, Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario, Mondadori Education, Milano 2011, p. 227. ↩︎
- http://www.darlin.it/lifestyle/fotografo-immortala-luoghi-piu-famosi-dal-lato-sbagliato/ ↩︎
- G. Benvenuti, cit. , p. 110. ↩︎
- «Si tratta di un passo che sembra fatto apposta per confermare l’esistenza di stereotipi generalizzanti dovuti all’essenzialismo che Said, come abbiamo visto, ha identificato come caratteristico della rappresentazione occidentale dell’orientale. si tratta in ultima analisi, di una descrizione di un altro convenzionalmente femminilizzato, dolce e remissivo, che non può a sua volta non ricordarci prepotentemente quanto questa scrittura faccia parte di un discorso connotato da precisi rapporti di potere» (G. Benvenuti, cit., pp. 132-133). ↩︎
