
Indice dei testi di Reality Awaits
Intro
Psycho Shit
Dine’n Dash
Lonely in the Future
Falling Out of Love
Going to Babble On
Going Shopping
Liar’s Remorse
The Fruits of Conquest
Tyrants of the Mellow Moon
Conclusioni
Introduzione
Reality Awaits, il nuovo album dei The Strokes, è il disco del loro ritorno alla ribalta. Discusso, amato e odiato. Nelle prime ore dalla sua pubblicazione il dibattito si è infiammato: un disco minore, un disco di transizione, un disco che facevano bene a tenere lì in qualche cassetto della villa in Costarica dove è stato inciso.
Prodotto da Rick Rubin, nel suono appare ardito, un po’ confuso, tirato a lucido in alcuni passaggi, grezzo in altri.
In questo articolo cercheremo di focalizzarci sui testi, andando a scoprire un Julian Casablancas particolarmente interessato al dibattito politico e alle dinamiche sociali dell’ultimo periodo.
Un disco attuale, insomma, in cui lo spazio per ballate più liriche è poco: solo due canzoni su nove possono dirsi tali.
Se The new abnormal era uno scaldare i motori dopo la pausa; Reality Awaits ingrana comunque la marcia, in modo un po’ sbruffone come la supercar fotografata nell’innersleeve del vinile, simile a quella utilizzata come immagine promozionale prima della pubblicazione ufficiale del disco.
Poi, la direzione intrapresa, una volta ingranata direttamente la quarta, può piacere o no. A me, personalmente, è piaciuta e nell’economia del disco anche alcune soluzioni un po’ azzardate, come il vituperato uso dell’autotune, così campate in aria non sembrano.
Ora, però, spazio ai testi.

Psycho shit
Il disco si apre con Psycho shit, manifesto di resistenza e dichiarazione politica.
Casablancas si dichiara artista al di là delle cose che dice, con l’esempio e la propria vita. Lo professa ironicamente, ad un certo punto, in modo abbastanza diretto, tacciando di ignoranza i cantanti che non si espongono:
Only my beloved songs will define me, yeah
Can you be more than what you say?
A neon sign above your bed
You’re feeling good, frozen in time
But ignorance is no surprise this time
Un monito a non abbandonarsi all’ignoranza, quindi, al non girarsi dall’altra parte e stare zitti.
Dall’altra parte, stanno le istituzioni: da dietro una scrivania, tacitano chi non la pensa come loro. Qual è il prezzo? Far di noi dei docili animali da compagnia, quindi tenuti, trattenuti (“to be kept”) come al guinzaglio.
Questo per il cantante equivale alla morte cerebrale (“A teacher’s pet, the way of death”).
You kill your prey from your nest
From behind a desk, psycho shit
You have no honor or no balls
We’re all dead, what’s your prize?
What’s your prize?
To harass, just to be a pet
To be kept around keeps you so proud
A teacher’s pet, the way of death
E allora, nella strofa finale, l’apostrofe è diretta: “tiratemi pure giù, datemi tutti un calcio / io chiudo gli occhi, a partire da adesso”; l’aver criticato farà di lui un bersaglio da colpire a ma a lui non importa.
È quella la sua strada. Quel “from now on” sicuramente allude alle altre canzoni politiche, sociali o generalmente votate al dissing all’interno del disco, ma anche alla nuova vena politica di Casablancas, che evidentemente vuole continuare a coltivare anche in futuro.
Dine’n dash
Un altro testo politico.
Dine and dash, ovvero, una fotografia di questo momento storico Casablancas version: possiamo sederci al tavolo e mangiare ma poi ce ne dobbiamo andare; non possiamo permetterci di affrontare le conseguenze di quel che facciamo, quindi ci tratteniamo.
La canzone si apre con un richiamo ironico al fatto che siamo liberi, sì, ma fino ad un certo punto, siamo condizionati e controllati.
Do what you will, you can leave when you want
Leave if you want, but I bet that you won’t
Eppure, Julian non si arrende, non può difendere le streghe, troppo pericoloso, il sistema non lo permette ma continua comunque a lottare (I will not surrender / […] Watch thе witches burn / I cannot defend them).
Allora, la violenza si fa figurata, messa in scena, sublimata nei versi forse più violenti del disco:
I sit him down, I tie him up
I beat it out of him, alright
I beat his brains ‘til they’re in the floor
Until his family mourns
I’d shoot him now if he was here
I’d slit his throat from ear to ear
But I have sworn a life of peace
How can I reconcile this beast?
La strofa, comunque, si conclude con l’ammissione che dentro l’autore ruggisce la bestia ma che comunque si deve riconciliare con la vita di pace che ha giurato di vivere.
Un Julian, quindi, che si dibatte e lotta, con sé stesso, con gli altri, nonostante le difficoltà che gli attacchi personali gli arrecano (“I’m out of ammo”).
Un io contro tutti un po’ titanico, un po’ romantico, un po’ sbruffone, che attende di affilare ancora meglio e con più precisione le proprie armi.
Lonely in the Future
Dopo una canzone sugli attacchi da fare e da subire, nessun problema o nessuna sorpresa se segue una vera e propria canzone di dissing, con nomi e cognomi.
Così, diretta, senza troppi giri di parole, Lonely in the future, arriva, prende la violenza ancora figurata e trattenuta in Dine n’dash e la scaglia verso alcuni bersagli precisi.
Se ci limitassimo a questo, però, vedremmo solo metà del bicchiere; la canzone è anche una riflessione sulla storia della band in questi 25 anni.
Affiora timidamente la consapevolezza di essere cresciuti di essere passati dall’altra parte, di essere diventati punto di riferimento; insomma, neanche troppo velatamente di aver fatto, a loro modo, la storia.
I heard that years ago when I was a kid
I didn’t want to do it years ago, but I did
I did that yesterday when I was a kid
“Non volevo farlo anni fa, ma l’ho fatto / E l’ho fatto ieri quando ero un ragazzino” canta Casablancas.
Il Julian di oggi si ricongiunge con il Julian giovane. L’ho fatto anni fa e l’ho fatto ieri; come a dire, critico gli altri ma so ammettere di averlo fatto, anch’io a suo tempo.
Ma cosa? Rubare. Del resto, ammette il nostro, lo facciamo tutti. Lo abbiamo fatto anche noi, da giovani.
All good, we all steal, baby
Qui il riferimento potrebbe essere alle accuse di plagio degli esordi, oppure al fatto che The Strokes come molti gruppi si sono ispirati – talvolta, un po’ troppo? – al sound della New Wave di vent’anni prima.
La prima strofa, non a caso, si riferisce tutta a personalità del mondo odierno della musica, che, a dire del buon Julian, hanno “rubato” o forse è meglio dire “copiato” dagli Strokes lo stile e forse anche qualcosa di più.
Weeknd, I like your outfit
YOLO, you only live once
Dude kept the beat “As It Was”
John Legend, that’s Josh Groban
I guess I’m flattered, maybe
All good, we all steal, baby
Y’all ready for the next fad?
Chris Hedges’ next
Chiaro, anche se sottile, il riferimento ad Harry Styles e alla sua As It Was.
Styles non viene citato con il nome ma come “Quel tizio” (“Dude”), a sminuirne l’importanza, uno che non si è nemmeno degnato di cambiare il ritmo della canzone, l’ha copiata para, para, come diremmo a Roma.
Tra gli altri bersagli figurano The Weeknd, come esempio di cura estetica (“I like your outfit”) ma di poca sostanza, e i critici che mistificano John Legend per Josh Gorban.
La strofa si chiude con l’augurio che le prossime critiche saranno alla Chris Hedges, un filosofo americano stimato da Casablancas. Insomma, che si riscopra la buona critica, sembra dirci Julian. E qui ci sentiamo di concordare.
Arriviamo al centro della canzone, prima di capire che il buon Giuliano ha un altro peccatuccio da confessare e un altro bersaglio con cui prendersela:
You don’t get it, it’s a pity
Maybe you’ll catch up sooner
Rather than later, baby
It’s lonely in the future
Il succo è che il tempo sarà galantuomo e, se non ci arrivi adesso, ci arriverai in futuro.
Meglio tardi che mai, ma il destino dell’artista è quello della solitudine: il riconoscimento del pubblico e della critica può arrivare solo col tempo.
In coda, arriviamo al dissing che ha fatto tremare tutto il mondo indie americano e non: quello verso lo youtuber e critico musicale Anthony Fantano.
I heard that twenty fucking years ago, I did
Fantano, word for word, when I was a kid
Stick to the technical ‘cause that’s great
But you would not recognize art in any age
Julian lo dipinge come uno attento solo alla tecnica, unico criterio in base al quale articola le sue critiche e i suoi voti.
Anche qui – rimarca Casablancas – lo facevo anch’io da ragazzino ma il music nerd non saprebbe “riconoscere l’arte in ogni epoca”.
Fantano ha già risposto ed ha rifilato un “decent 3” a Reality Awaits ma la storia, siamo sicuri, non finirà a breve.
Insomma, Lonely in the future si rivela una canzone critica e autocritica; al fulmicotone ed acida verso gli altri e se stessi. Nulla di più diverso dalla canzone che segue.
Falling out of love
Falling out of love, ovvero la ballatona del disco ma anche la traccia più divisiva.
Forse, artatamente e un po’ provocatoriamente è stata fatta uscire come singolo; genialità o trollata, decidete voi.
Sicuramente l’uso massiccio dell’autotune qui trova il suo apice e molta fanbase lo ha trovato insopportabile.
In realtà, nell’economia del disco la canzone funziona bene e l’autotune qui è una maschera emotiva del cantante-narratore di fronte a un tema personale e universale allo stesso tempo: la fine di un amore.
La canzone tratta proprio di questo: dell’andare avanti, smettendo di negare (il verbo “deny” ricorre spesso) ed accettando la solitudine, non idealizzandola, però, bensì accogliendola come una fase di transizione, prima di spostarsi altrove.
La strofa chiave di volta della canzone è questa:
I denied, for a while
Fallin’ out of love for the first time
Some things are flawed by design
But I’m fine for the first time
Dancin’ in acid rain alone it’s new
But I don’t wanna do it anymore
I guess I’ll sing alone
Colpisce la consapevolezza di leggere una relazione dopo la sua fine: “Alcune cose sono imperfette per definizione”, cui si accompagna una pacificazione di “ma sto bene per la prima volta”.
Molto icastica, incisiva l’immagine del “danzare da solo nella pioggia acida” cui, per contrasto, si accompagna il non volerlo più fare da solo; l’unica solitudine che Julian vorrebbe e accetterebbe è quella del canto (“I guess I’ll sing alone”): qui potremmo vederci o la solitudine del leader della band, discusso dai compagni e dal pubblico, oppure la constatazione amara che sarà da solo ancora per un po’.
Segue una strofa di rievocazione dell’amore con l’ex-moglie, poi al ritornello di prima si aggiunge un altro tassello e la consapevolezza di voltare pagina si fa più marcata:
But I don’t wanna face it anymore, know I’m immature
Over time, overnight
‘Cause I can’t go through it anymore
Hollywood here I come
I know what it was, why it was
Lookin’ for something else
Quello che potrebbe sembrare immaturità (“Know I’m immature”) è la presa di coscienza di non farcela più; il “ballare da solo” potrà fare il suo tempo e diventare il passato solo con un mutamento radicale e qui il riferimento va al cambio di città avvenuto nel 2020, quando Julian si è trasferito da New York a Los Angeles (“Hollywood here I come”).
Non un semplice trasloco ma un cambiamento di vita, il cercare qualcosa di diverso, sapendo cosa è stato di noi stessi (“I know what it was, why it was”).
Concludendo, con Falling out of love ci troviamo di fronte ad una canzone profondamente personale, a fare da giro di boa in un disco che era stato finora prettamente sociale e politico.
Going to babble on
Con Going to babble on si torna al tema politico, questa volta con un pizzico di disillusione in più.
La critica di Julian si dirige verso la società moderna, la sua pigrizia, anzi, per meglio dire, accidia, che si alimenta di memoria corta e di ignoranza.
La prima strofa sembra consolatoria: quante volte ci sentiamo piccoli, insignificanti, di non contare nulla? Sembra che nulla cambi, che ci schieriamo o no.
Sometimes it feels like the world is just movin’ too fast
No one is struggling as hard as you
Sometimes it comes down to one side’s just stronger, baby
Some things, they feel like they just won’t change
La seconda, invece, attacca l’uomo comune che si volta dall’altra parte, non ha tempo perché ha sempre qualche impegno (“Got plans”) e scrolla il cellulare senza pensare ad altro (“I’m going online”).
Forget the things that they did, yeah
Obey the words that they say, yeah
Get it on my desk on time, yeah
Got plans, I’m going online
La reprimenda arriva diretta, poco dopo, in forma di domanda incredula: possibile che nessuno voglia vedere con i propri occhi e farsi un’idea del mondo e di quel che succede? Eh, sì, possibile, caro Julian. Ti capiamo.
Maybe it’s time that you see for yourself for once
Doesn’t anybody wanna know what’s goin’ on?
Non a caso, il clima di disillusione della canzone viene veicolato dal refrain: “non voglio blaterare oltre”, non serve dilungarsi.
La situazione appare compromessa (“I guess it’s overdue” potrebbe significare siamo in ritardo oppure è l’ora).
I won’t go on too long
Don’t wanna babble on
I guess it’s overdue
I didn’t think it through
Going shopping
Con Going shopping continuiamo sull’onda della disillusione. Stavolta, però, la venatura è giocosa ed ironica.
Il target è puntato sulla società dei consumi: pensiamo al nostro prossimo oggetto del desiderio, pensiamo a rinchiuderci nei centri commerciali, non-luoghi dove il mondo esterno non si vede, chiusi tra luci e neon.
E più il mondo là fuori sembra farsi peggiore, più non vogliamo vederlo, denuncia Casablancas nella prima strofa.
Diventiamo, allora, degli zombie. La canzone è ad alto volume e siamo nel centro commerciale. Di tutto il resto non ci importa più.
I wanna be a 7-foot zombie
The pay is low, but I gotta do somethin’
I’m at the mall and the song is bumpin’
There goes my future wife in the little red jumpsuit
Così, il protagonista matura una decisione, molto borghese, diciamolo: fuggire in campagna, sperando di finirla con il corollario di inutilità che affastella la nostra vita cittadina:
I’m goin’ away to the country
Don’t wander off too far
I’m goin’ out my mind
Throwin’ all my plans out the window
Don’t wanna waste my life
I’ll see you on the other side
Quella che sembra una decisione convinta, però, in realtà, si rivela un’illusione: il richiamo del capitalismo è troppo forte e, come un boomerang, il protagonista torna al punto di partenza.
Così, non vede l’ora di tornare a ciondolare nei centri commerciali, di diventare una stella marina di due metri (l’allusione qui è forse alle mascotte che spesso troviamo nei centri commerciali americani ma l’immagine potrebbe anche richiamare quello di Spongebob).
Insomma, si arrende anche lui e spegne il cervello. E, se prima l’immagine era quella dello zombie, adesso c’è quella del “political puppet”, una marionetta nelle mani dei potenti.
Insomma, quella di essere fuggiti in campagna e di aver guadagnato la libertà era solo un’illusione.
I moved away to the country
I had to change my way
But I kinda miss you now
[…]
I can’t wait, I’m goin’ shoppin’
I’m at the mall and the song is bumpin’
I wanna be a 7-foot starfish
Above the law, a political puppet
I’m goin’ back to the city
I’m ‘bout to lose my mind
I’m gonna stay alive
I’m climbin’ out through the window
I miss the shops and malls
I’m gonna meet you there
Going shopping prende la disillusione amara di “Going to babble on” e ne fa qualcosa di più leggero, una canzone in cui si danza “con le ossa degli alberi morti”, zombie noi stessi, sì ma tenendo bene il ritmo.
Liar’s Remorse
Liar’s Remorse,ovvero un’altra pagina dal diario personale di Casablancas; siamo a tre canzoni di distanza da Falling out of love e questa ne sembra la continuazione.
Qui, però, abbiamo un testo meno narrativo e più lirico, centrato solamente sulla situazione emotiva del cantante.
Innanzitutto, torna il tema della solitudine, già presente in Falling out e che viene dipinta come “Quell’ombra vecchia e rugosa” (“That old wrinkled shadow”).
La strofa si conclude con la sensazione che nessuno lo capisca e che stia sprecando i suoi giorni.
Reminded me of my lonesome self
That old wrinkled shadow
And I’m, I count my blessings then
I know nobody understands
I waste my days away
Quella che potrebbe sembrare autocommiserazione, nel seguito della canzone viene agganciata ad una vera e propria paralisi emotiva.
La paura di sbagliare e di scottarsi ancora blocca il protagonista, che sembra fermo e immobile, trattenuto in questa situazione ancora a lungo.
You don’t have love because you don’t want pain
Woah, no, no
You don’t want pain because you don’t have trust
Woah, no, no
You don’t have trust, so you don’t have love
Woah, no, no
You don’t have love because you just can’t take the pain
Vuote e vagamente ironiche sembrano le voci delle altre persone che giungono all’orecchio di Julian: “Possiamo avere tutto quello che vuoi, okay / Ascolta l’IA che ti dice cosa fare oggi, oh”.
La via d’uscita, la luce in fondo al tunnel, si palesa alla fine della canzone: uscire, incontrare qualcuno, non per forza un nuovo amore; detonare e disinnescare le paure e le aspettative.
Uscire. Fai una prenotazione per due, ti ubriachi, e forse qualcosa cambierà (quel “Something inside is bubbling up”, ovvero “Qualcosa dentro sta ribollendo”, sembra dare qualche speranza, ma dipende da quanto siete pessimisti).
A reservation, dinner for two
Something inside is bubbling up
We gotta go somewhere to get drunk
A reservation, dinner for two
Come abbiamo visto, con Liar’s Remorseci sembra di leggere un’altra pagina personale del diario di Casablancas, prima di rituffarci ancora nella tematica sociale.
The Fruits of Conquest
Con The fruits of conquest l’escalation politica del disco continua. Con questo testo entriamo nella mente dei potenti che governano il mondo odierno.
La canzone si apre con uno statement molto forte: il danno è fatto. Tornare ad uno status precedente sembra impossibile. Una metamorfosi è avvenuta e non si può tornare indietro.
Hey, now
Damage is done
Danger
The damage is done
Infatti, nella strofa successiva l’impulso è quello di tornare indietro (“Get back”) e l’intenzione ci sarebbe anche, ma il tentativo di capirci qualcosa è perso in partenza; si noti il passato: “On the verge of understandin’ / I was tryin’, tryin’ my darnest”, ovvero, ci ho provato, ho dato il mio meglio ma ho perso.
Qui l’allusione potrebbe essere alla metamorfosi di cui sopra.
A cosa si riferisce Casablancas qui è più oscuro: o semplicemente il danno fatto è generalmente politico, come a dire il mondo è fottuto oppure potrebbe riferirsi alla delega cognitiva dovuto all’uso diffuso dell’IA, che potrebbe ormai essere a buona ragione un danno grave.
Un riferimento polemico all’intelligenza artificiale è presente anche nel testo della canzone precedente (“Listen to the AI tell you what to do today, oh”).
Get back, I’m gonna do it right now
Twisted mind, on the verge of understandin’
I was tryin’, tryin’ my darndest
In questo quadro fosco il refrain sembra restituirci, nella sua estrema semplicità, il livello, basso, terra-terra, del dibattito politico nell’era del populismo mediatico.
Una lotta senza quartiere tra visioni opposte, in cui non si dialoga ma si dicono solo dei no da opporre alle proposte dell’avversario politico di turno.
Così quell’ “They don’t obey so we won’t obey, yeah” risuona, più che come un dibattito politico, come una futile lite tra bambini.
They don’t obey so we won’t obey, yeah
I won’t obey, no, we won’t obey
They don’t obey so we won’t obey, yeah
I won’t obey, no we won’t obey
Nel bridge a parlare sembra essere proprio uno dei capi populisti che affollano i nostri governi; il riferimento potrebbe essere a Trump (le allusioni fonetiche vanno in quella direzione) ma Julian rimane volutamente vago in questo frangente.
Naturalmente, sono parole da megalomane patentato, da persona che si crede la legge, che ha conquistato e continuerà a conquistare, un killer, una bestia.
E qui, ad un certo punto, il salto: la maschera cade; sono una bestia, dice il politico, ovvero una sanguisuga (“leech”); è su questa parola, ripetuta come un mantra, che il suono delle nostre orecchie si soffermano, lasciandocela in testa.
I’m a liquid, I’m the law
I’m a killer, I’m a beast
I’m a leech, I’m a leech
I’m a leech, I’m a leech
I’m a leech, I’m a leech
Nell’outro il politico sembra riprendere il suo copione: ho scalato montagne, ho corso mille miglia, nulla potrà fermarmi.
I ran a thousand miles
A thousand hills I climbed
I ran a thousand miles
A thousand hills I climbed
The Fruits of Conquest: un testo molto acido e diretto, ancora una volta, prima dell’ultima canzone, che unirà le due anime del disco, quella personale e quella sociale.
Tyrants of the Mellow Moon
Ultima tappa del viaggio, Tyrants of the Mellow Moon ha il tono di un addio.
“Ho fatto il mio tempo”, canta Casablancas, eppure “aspetto un’altra occasione”. Sembra dirci che il disco finisce qui, non il suo canto; anzi, è sicuro in futuro di “prendersi tutto quello che potrà”.
Non c’è riferimento alla band, come a dire che continuerà da solo. Se leggete un po’ in giro le interpretazioni che si danno di questo testo, non sono molto rassicuranti sul futuro degli Strokes.
Il testo, però, è troppo vago per sbilanciarsi.
So we go for one more ride
And that’s okay ‘cause I did my time
But now I wait for another chance
When I will take everything I can
Il chorus sembra comunicare impazienza che il futuro arrivi:
Oh, I can’t wait
Oh, I can’t wait
And I can’t wait
Oh, baby, I can’t wait
Allo stesso tempo il “final time” della strofa successiva rimane volutamente ambiguo.
Qui Julian si dipinge come un saltimbanco: “Spero di avervi fatto ridere”. Allo stesso tempo, spera di aver messo un po’ di cose apposto, nonostante le difficoltà: “I tried to make things right”.
Chiude ripromettendosi di singhiozzare ancora. Il verso sembra ironico, ma allude comunque ad un futuro.
Tutta la prima parte del testo, come abbiamo visto, è giocata molto sulle coppie fine – non fine e passato – futuro. Del resto, questo è un disco in cui abbiamo visto altrove Casablancas confrontarsi con il suo passato, criticandolo o rivendicandolo.
Here we are for the final time
And I hope you say that I made you laugh
Oh, I tried to make things right
Though it’s hard, maybe I can for just one night
Though I never say the same thing twice
I will sigh one more time
Tutte le canzoni volgono al termine, così anche questa. C’è il tempo, però, per un’ultima tirata verso i tiranni alla luce dei raggi della dolce luna.
Per quanto tempo i ricchi ruberanno ancora? E quanto dureranno le loro ricchezze? “How long do (How long?) stolеn riches last? (Do stolen riches last?”.
Torna, come è stato diverse volte nel corso del disco, la violenza sublimata dal canto: “ho ucciso / persone nell’ombra / persone con ego”.
E c’è spazio anche per gli anziani che si sentono in colpa ma non fanno poi molto di più: “Burning in the flames of grey-haired guilt”.
L’immagine finale è quella dell’uccello che si libra nell’aria, nero e rosso, vola via. Per ora. Se tornerà o no, lo vedremo al prossimo disco. Forse.
Tyrants of thе Mellow Moon (Tyrants of the Mellow Moon)
How long do (How long?) stolеn riches last? (Do stolen riches last?)
My darling, I (My darling) have killed for you (I have killed for you)
People in shadows (But don’t worry, babe)
People with the ego to (People with the ego to)
Share their weird ideas with you (Share their opinions with you)
People that are brave, I will shame you (People that are brave, I will shame them)
Burning in the flames of grey-haired guilt (Burning in the flames of grey-haired guilt)
Black bird (Black bird), red eyes (Red eyes)
Flying in the (Flying in the chrome sky) chrome
Conclusioni
Concludendo, Reality Awaits si mostra un disco dai testi politici, diretti, acidi.
Julian Casablancas si autorappresenta come un personaggio rock senza mezze misure, che cerca di fare della propria ribalta qualcosa di sociale.
Quanto ci sia di vero e quanto di finto, è il gioco del rock’n roll e ognuno di noi si farà la propria idea.
Il disco comunque fotografa una band in forma che vuole fuggire dalle idee preconcette del pubblico. Ha capito che quella è la sua strada: mettersi di traverso, riabbracciare il proprio passato, sì, ma non adagiarsi.
Il disco da questo punto di vista dimostra coraggio, forse non è sempre del tutto a fuoco e un po’ confusa appare la seconda parte, in cui anche i testi appaiono più dei patch-work che qualcosa di rifinito.
Alla fine, però, ci può stare: vedo in questo molto la mano di Rick Rubin, quell’attitudine a cogliere prima di tutto le vibes, poi la forma è secondaria.
Possiamo comunque dirlo: Reality Awaits con tutti i suoi difetti è il disco rock che aspettavamo e ha colpito nel segno, se non verso i politici, verso il mondo musicale e il suo chiacchiericcio.
E nell’era del flusso continuo, è già qualcosa.
The strokes Reality Awaits
