
Un bianco e nero irreale
“Shadow Kingdom“. Un bianco e nero del tutto irreale; un locale jazz che può essere anni ’20 – ’30 o ’40. I musicisti con la mascherina e gli avventori senza, che bevono, fumano, talvolta ballano. Rimettere ordine logico ai riferimenti di questo speciale di Sua Bobbità sarebbe tempo perso. Ormai ci troviamo nell’indefinito vintage di Dylan, della sua musica, della sua autorappresentazione, in una messinscena del tutto costruita, artificiale, astratta.
Il gioco sottile di Dylan
Ma è questo il gioco, sottile, a cui Dylan ci chiede di prestarci, una sua reverie, un sogno andato storto, tra la realtà e l’oltremondo. Per un attimo la brava regista inquadra un quadro con una nave con le vele ormai ricoperte dalle onde; un principio di naufragio; ripensando a quell’immagine mi è venuto da pensare ai musicisti sul Titanic. È un riferimento veloce, indotto.
Il simbolismo della scena
Bob poi riprende a cantare in una stanza, dal pavimento lynchiano (come notato giustamente qui); una tenda giace a terra, ai suoi piedi, “naufragata”, come le vele del quadro. La sensazione è quella: noi siamo chiusi in questo indefinito eterno club d’antan ma intorno la Storia, lì fuori, è un’altra.

La qualità musicale e performativa
Comunque, a parte la qualità musicale e performativa indiscussa, con capolavori ripescati e tirati a lucido, non c’è nulla di più lontano dall’immediatezza live di questo “Shadow Kingdom” ma va bene così. Anzi. È teatro. È arte. Chiamarlo streaming quasi ci fa rabbrividire. C’è solo da dire, ancora una volta: Grazie, Bob.
