La valle dei fiori libro di Niviaq Korneliussen (Iperborea)

Un coming of age groenlandese. Attraverso gli occhi e le parole della giovane protagonista ci addentriamo all’interno di una società del tutto peculiare; la vediamo dal punto di vista di una donna che esprime plurime alterità: è groenlandese e allo stesso tempo lotta contro alcune dinamiche tradizionali che non le vanno a genio. La coesione granitica e asfissiante del nucleo familiare e la sua conformazione tradizionale, di linea matriarcale e più simile al clan che alle moderne famiglie, per non parlare poi delle nuove dinamiche di genere che sembrano tollerate ma con indifferenza. Un’altra dinamica con la quale si trova a scontrarsi è la diffusione spaventosa – lo dicono le statistiche – del suicidio, che colpisce soprattutto i giovani. Infine, come tutti, la sua identità di groenlandese e danese fa sentire il suo peso, soprattutto nelle difficoltà di integrazione.
Tutte queste dinamiche, che la nostra protagonista vive e subisce, fanno sì che le sue parole siano molto caustiche, dirette, quasi le mancasse un filtro, lasciate libere di ondeggiare tra i pensieri. Da questo non si ha scampo: la nostra groenlandese senza nome – non è un caso che nel corso del romanzo non sia rivelato, quasi fosse un everyman o un every quasiasi cosa vogliate – è la sola ed unica voce narrante.
Nel corso del libro, quella che sembra una vita tranquilla e che sembra ambire ad un piccolo riscatto, si rivelerà altro. Non do ulteriori indizi ma le sezioni centrale e finale il romanzo si tingono dei toni della denuncia, verso una società che non accoglie la diversità come elemento positivo ma la rifugge, scagliandola ai margini.
Il libro ha vinto il Premio del Consiglio Nordico ed è il primo romanzo groenlandese a farlo; sicuramente propone una via alla letteratura, che ha alcuni tratti di originalità. Diretta, quasi fosse un fiume in piena, inarrestabile. Come lettore ammetto che non sempre ha incontrato il mio gusto. Solitamente mi piacciono le sfumature e i libri che mostrano e non dicono troppo. Qui invece la voce narrante di cose ne dice tante. Forse si potrebbe ricondurre il tutto ad un tratto del modo di fare e di pensare groenlandese, o dagli stimoli non tutti positivi – anzi! – che arrivano al popolo inuit dalla Danimarca. Quello che è sicuro è che il libro rimane una esplorazione nell’animo di una terra fin troppo dimenticata. Anche in questi mesi in cui che è stata sotto i riflettori per motivi politici, pochissimi hanno parlato della gente che vi abita, di cosa pensa e di come vive. Per questo non ho dubbi che il libro possa incuriosire ed interessare; potrebbe, però, non incontrare, a causa del suo stile, il piacere letterario di tutti.
