Termush: la catastrofe vista dall’interno

Termush: ovvero la catastrofe nucleare vista dagli interni lussuosi e asettici di un grande albergo. È lui che dà il titolo a questo romanzo breve del danese Sven Holm, pubblicato in patria negli anni ’60 e stampato e tradotto in Italia solo adesso per i tipi de Il Saggiatore (traduzione di Eva Kampmann). Termush: l’albergo; Termush: la fortezza. E fuori la catastrofe.
Fuori e dentro
Fuori, appunto. Dentro Termush, infatti, la catastrofe non si vede proprio; è là, nei paesi e nelle città del circondario e quello che arriva nei suoi corridoi sono scampoli, piccole controindicazioni, scocciature per quelli che ci vivono. La direzione filtra tutto, così che ogni cosa, anche le tragedie, risulti ovattata, poco più che un brusio di fondo: piccole scosse e nulla più. Cos’è la vera tragedia per i privilegiati upper-class del grande albergo? Essere costretti, talvolta e controvoglia, a condividere con i feriti e i malati gli spazi comuni; solidarietà sarà garantita, sì, ma a denti stretti e a costo di discussioni e strappi. La catastrofe è, ogni tanto, “la gita” al bunker vissuta sbuffando ma che passa indifferente. Una pausa prima di tornare alla solita indolenza, alla propria splendida decadenza.
Un luogo chiuso
Questo è il libro di un luogo chiuso, «chiuso verso l’interno», come si dirà nel libro, ma anche e soprattutto verso l’esterno. Un luogo, e quindi una società, che pensa a vivere, ad esserci e basta, senza dare interpretazioni del reale o utilizzare sovrastrutture. È questa forse la tragedia vera: l’aridità d’animo; l’unica cosa che lascia il disastro nucleare.
Il simbolo
Ecco, poi, se vogliamo vederla più sul simbolico, Termush potrebbe essere il vecchio mondo che decade e muore, ma lo fa con gran classe. Anche il narratore è invischiato negli agi e in questa sonnolenza generale; rimane ambiguo, non si sforza di sciogliere i suoi dubbi. Si scomporrà un po’ nel corso del libro, forse, in un paio di paginette ma non più di tanto.
Un libro imperfetto
Termush è un libro imperfetto, sì, ma forse lo è perché sembra lontano dal nostro sentire: algido, freddo, nordico fino all’essenza; se vi piace la fantascienza sociale, penso possa stare un gradino sotto ai grandi del genere. Ma alla fine sono quisquilie. Mi ha ricordato un po’ Il deserto dei Tartari del nostro Buzzati. Se vi piacciono quelle atmosfere, avvicinatevi e chiudetevi anche voi nelle algide stanze di Termush; altrimenti, quella è la porta.
