Giovani di Federigo Tozzi: trama e significato

Sinossi
Approntata dall’autore stesso, ma uscita postuma nel 1920 presso Treves a pochi mesi dalla sua morte, questa scelta di novelle copre il periodo della maturità di Tozzi e della sua ormai avviata affermazione nel mondo letterario italiano, che, se la morte prematura non lo avesse sorpreso, si sarebbe evoluta in sicura preminenza.
Ma già la nutrita produzione nel breve arco della sua vita, sia nell’ambito dei romanzi, sia in quello delle novelle, configura Tozzi come uno dei massimi narratori italiani.
Recensione e analisi
La riscoperta di Tozzi e la sua posizione nel canone
Che sia la volta buona? Quodlibet ha ristampato qualche anno fa (2023) nella sua collana “Storie” Giovani di Federigo Tozzi.
Per chi lo ha studiato all’università, Tozzi è una conoscenza ormai assodata, da quando un grande irregolare come Giacomo Debenedetti lo ha riscoperto (e prima di lui Giuseppe Antonio Borgese) e recuperato al canone della nostra modernità letteraria.
Il suo nome però non ha mai “sfondato” presso il grande pubblico; leggiamo Kafka, Musil; meno Tozzi, che pure si inserisce in quella stessa temperie, intercettando le grandi rivoluzioni culturali di inizio ‘900, partendo dalla provinciale Siena per poi approdare a Roma.
Una raccolta che è sintesi della poetica tozziana
Giovani è l’ultima raccolta di racconti pubblicata in vita dall’autore; inconsapevolmente è una summa del suo scrivere.
Innanzitutto, Tozzi è uno scrittore che o si ama o si odia: non cerca mai il consenso o il plauso del lettore: i suoi personaggi disturbano e lui li racconta con malcelato distacco.
Poi all’improvviso piazza il suo numero migliore, l’epifania: dettagli che scartano dalla realtà e illuminano la verità, spesso triste e amara, di queste esistenze.
L’arte della novella: semplicità solo apparente
Se leggerete Giovani, avrete fra le mani un libro di arte della novella: racconti conclusi, anzi, conchiusi, completi, perfetti nella loro semplicità (che è tale solo in apparenza).
Ciò si rispecchia nella sintassi, che è modernissima, piana; Tozzi livella e apre mondi con le sue chiose, spesso anche l’aggiunta di una frase in polisindeto, semplice nella sua essenza, può essere illuminante.
Personaggi disturbanti e miseria morale
Già a partire dai primi racconti, almeno fino a Una recita cinematografica, non c’è nessun personaggio da salvare: troppo meschini, troppo remissivi, spesso un coacervo di tutte e due le cose, talvolta masochisti: oppure è la bassezza e la miseria morale a porci a disgusto.
Ma è proprio questo il “gioco” di questo grande scrittore: metterci di fronte alla miseria umana senza darci istruzioni.
Il frammento e la forza della visione
L’arte di Tozzi si esalta proprio nel frammento, anche se Borgese che ne pubblicò le opere postume non sarebbe stato felice di questa affermazione.
È lì, ad esempio, nel giro di poche pagine, che questo grande del Novecento può approfondire da vicino situazioni che alcuni dei suoi lettori rifiuterebbero di vedere a priori.
È così in Creature vili, ambientato in un bordello, o in Un’amante. Situazioni, che la morale bolla in una certa direzione; se viste da vicino, invece, possono rivelare tutt’altro.
Conclusione: una sfida che continua
Tozzi sfidava, così, i lettori borghesi di cento anni fa. E di certo continua a sfidarci ancora oggi, così come continuerà a farlo nel futuro.
Come solo i grandi classici sanno fare.
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Chi è Federigo Tozzi

Federigo Tozzi (1883-1920) è stato uno degli scrittori più intensi e originali del primo Novecento italiano. Con uno stile asciutto, quasi spoglio, e una sensibilità modernista, ha saputo raccontare con lucidità i drammi interiori dell’uomo, i conflitti familiari e l’alienazione sociale.
Le sue opere più note, come Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere, esplorano con profondità psicologica la solitudine e l’inquietudine esistenziale, anticipando tematiche che diventeranno centrali nella letteratura del secondo Novecento.
Ancora oggi, la sua scrittura colpisce per l’intensità emotiva e la forza evocativa.
