UNA DISCESA NEGLI INFERI DI TRATTORIE E BISTROT NELLA PARIGI DI FINE ‘800

NELLA CORRENTE di Joris-Karl Huysmans (À vau-l’eau, 1882) è un oggetto letterario ibrido, ancora di confine, tra il naturalismo dei primi romanzi e il simbolismo della maturità.
La narrazione procede essenziale; perno ne è Jean Folantin, il protagonista, con il suo essere perennemente insoddisfatto, incompiuto, a metà strada. È lui e solo lui il fulcro del breve romanzo.
Parigi perduta e trasformata da Haussmann
L’insoddisfazione principale che gronda dalle parole, dalle espressioni del nostro travet, si annida su due punti essenziali:
- Parigi, la vera Parigi, è ormai perduta nelle nebbie del ricordo.
- La ristrutturazione di Haussmann (1853-1869) ne ha fatto una città normale, omologata a una facies squadrata e da grandi spazi, come una Chicago qualunque.
Il cibo come ossessione e metafora
Il fastidio diventa bile quando si viene a una vera e propria ossessione del protagonista: il cibo.
Nella sua esperienza, mangiare bene (non benissimo, bene) a Parigi ormai è impossibile, tanto più spendendo poco e non cucinando mai, nemmeno mezzo uovo al tegamino.
Il cibo avariato, indigeribile, insulso diventa metafora dell’irreparabile disagio mentale, e del conflitto con il mondo esterno: nella mente del nostro protagonista il mondo non sembra assolutamente accorgersi della sua grandezza, e questo non permette la sublimazione del piacere, facendo di Folantin uno dei tanti, uno dei primi, «dandy irrealizzati» (definizione dall’introduzione di Stefano Lanuzza, edizioni Clichy, 2017).
Insoddisfazione e frustrazione quotidiana
L’insoddisfazione e la frustrazione delle aspettative superegotiche si scontrano con la dura realtà:
«Poiché le carni cotte al forno gli facevano schifo, ripiegava sulle uova. Le pretendeva al tegamino, ben cotte, ma solitamente le vedeva arrivare pressoché crude e doveva ingegnarsi d’intingervi la mollica del pane, di raccogliere con un cucchiaino il giallo affogato in un grumo di bianco malcotto. Era cattivo, era costoso e soprattutto deprimente» (pag. 42).
Trattorie parigine come su Tripadvisor
Due recensioni di trattorie parigine che manco su Tripadvisor:
«Si divideva tra vinai e trattorie e, una volta alla settimana, indugiava in un locale dove facevano la zuppa di pesce. Minestra e pesce erano passabili, ma non bisognava ordinare altre pietanze: le carni erano rattrappite come suole di stivali e i piatti emanavano l’acre dell’olio da lampada» (pag. 46).
«Si videro sbattere dei piatti sulla tovaglia tiepida, piena di schizzi di salsa e molliche, ed arrivarono del vitello duro e tiglioso, delle verdure insipide, un rosbif gommoso che si piegava sotto il coltello, un’insalata e il dolce» (pag. 65).
Il delivery ante litteram
Il delivery:
«Non erano passati otto giorni e già la pasticciera aveva tralignato. La solita tapioca era piena di grumi e il brodo era fatto con ingredienti chimici, la salsa delle carni puzzava di Madera acido, il vino era quello bianco e dolciastro dei ristoranti. Tutti i cibi avevano un gusto strano e indefinibile, un po’ acuto, che sapeva di colla di farina impastata e d’aceto svaporato caldo. […] Ma la cattiva qualità delle portate non doveva restare stabile e, poco a poco, peggiorò aggravata dai continui ritardi del giovane garzone che giungeva alle sette, coperto di neve, lo scaldavivande freddo, con gli occhi pesti e le guance graffiate».
Buon appetito.
