
La vedova Couderc (Adelphi, Gli Adelphi, Euro 12, ma io l’ho letto in una ristampa “Corriere della sera”, uscita nel 2015 e recuperata su una bancarella, da buon bibliomane) è un romanzo duro del 1942, tra gli anni d’oro del Simenon extra Maigret. In effetti, è pura magia simenoniana.
Una trama che cresce lentamente
Una vedova cerca di redimere Jean, un ragazzo altolocato ma passato attraverso la prigione e una gioventù non proprio lineare. I personaggi di contorno appaiono ordinari, in un’ambientazione agreste, placida solo in apparenza. Pian piano ognuno giocherà le sue carte, e interessi e vecchi rancori risorgeranno come in molte delle famiglie che si rispettino.
Oltre la trentina di pagine ancora starete lì a chiedervi dove voglia andare a parare il vecchio Georges. Poi il piano si inclina impercettibilmente e la vita dei personaggi deraglia, secondo un destino che è lì, ineluttabile, nell’ordine delle cose, pur se volessimo disincagliarci e sfuggire.
Jean, Tati e Felicie: personaggi indimenticabili
I personaggi principali, Jean, Tati (la vedova Couderc del titolo) e Felicie rimarranno con voi anche dopo l’ultima pagina. Mi fa riflettere che dei primi due la trama sviscera la vita, pur con i tratti veloci ma chirurgici del Simenon che amiamo. Di Felicie non ci è dato sapere molto, oltre quello che vediamo attraverso gli occhi “deformanti” degli altri due. Ma, nell’economia del romanzo, forse non serve e Simenon lo sa. Il magnetismo di Felicie sta proprio nella sua indefinizione: angelo o diavolo, basterà ad incrinare l’equilibrio che vediamo reggere per molto del romanzo.
Dal libro è stato tratto anche un film del 1971, dal titolo italiano L’evaso, diretto da Pierre Granier-Deferre.
La vedova Couderc è uno di quei romanzi brevi e intensi di Simenon che restano nella memoria del lettore. Un grande esempio della sua narrativa extra Maigret, ancora oggi sorprendente e attuale.
