La mora più nera di Wallace Thurman

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La mora più nera

Una testimonianza della Harlem Renaissance

The Blacker the Berry (1929) di Wallace Thurman (in edizione italiana La mora più nera, ed. Il Gulliver), è una lettura interessante, un’altra testimonianza della vitalità letteraria della Harlem Renaissance; la dimostrazione che il razzismo è una costruzione mentale, facile purtroppo a diffondersi e replicarsi.

Il romanzo soffre forse dei difetti di tutti i romanzi a tesi ma ha dalla sua un personaggio femminile resiliente: Emma Lou, la mora del titolo, a suo modo unico.

Emma Lou vive sulla sua pelle la “questione del colore”, il razzismo che, anche ad Harlem, presso la stessa comunità nera, si aveva nei confronti di chi era più scuro di carnagione.


Il destino sociale imposto e la fuga a Harlem

Intanto, la nostra Emma Lou dovrà emanciparsi dalla famiglia, che nelle parole della madre e dello zio, la condanna a un destino sociale scritto, quello della reietta, «tanto per lei non c’è speranza»; poi, dal pregiudizio degli ambienti più colti dell’università.

Di qui la fuga nella rutilante Harlem dove, però, la situazione non cambia tra delusioni amorose e lavorative. Emma Lou vive la doppia discriminazione di essere nera e donna: paradossalmente finirà a fare la valletta di un’attrice bianca che veste in scena i panni di una donna nera; quindi, sul palcoscenico, laddove può essere sbeffeggiata o, se fortunata, solo ironizzata, la sua condizione va bene; nella vita reale no.


Il razzismo interiorizzato di Emma Lou

Emma Lou stessa replica inconsapevolmente, però, il razzismo di cui è vittima; un po’ si convince di essere reietta; al tempo stesso, cerca di evitare quelli che reputa come lei, anelando all’accettazione di chi è socialmente “sopra di lei”.

Saprà sgombrare la mente da quella falsa sovrastruttura, liberandosi anche di «rancore e autocommiserazione»? Saprà rimanere in piedi? Lascio a voi il gusto di scoprirlo.


Il realismo di Thurman e il confronto con Nella Larsen

Thurman, fedele ai dettami del realismo, non giudica queste dinamiche; si limita, come Nella Larsen in Passing, a registrarle nella loro crudezza, soprattutto del linguaggio.

Parla per bocca di un suo alter ego nel romanzo, e dice che i neri hanno visto solo la società dei bianchi e, quando hanno provato ad emanciparsi, non hanno fatto altro, almeno inizialmente, che replicare tra di loro la segregazione e il razzismo che avevano scontato.


Un messaggio valido ancora oggi

L’emancipazione, allora come oggi, passa prima per le menti, per il linguaggio, per il dibattito. In questa ottica, il romanzo rimane valido tuttora, a quasi cento anni dalla sua pubblicazione.


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