“Un anno di scuola” di Giani Stuparich. Una classe di liceo nella Trieste di inizio Novecento.

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Trieste, 1909. Una ragazza ottiene, per la prima volta, l’accesso all’ottavo anno del ginnasio, passaggio obbligato per accedere agli studi universitari e conquistarsi un futuro di libertà e indipendenza. Sola femmina tra venti allievi maschi, catalizza inevitabilmente le attenzioni e le emozioni di tutti: ognuno, a suo modo, si innamorerà di lei, di quella figurina che vorrebbe essere nulla più che una compagna di studi e di scherzi spensierati, una voce nel coro concorde della classe.

Un anno di scuola di Giani Stuparich

Introduzione al romanzo di Stuparich

Un anno di scuola”, di Giani Stuparich, stampato per la prima volta nel 1929, ruota attorno alla figura di Edda Marty, ragazza che per prima, nella Trieste di inizio secolo, si iscrive ad un liceo maschile, diventando “catalizzatrice” di sentimenti, speranze, primi amori.

Il tema, come dirà Montale in una famosa recensione, è proprio il “cristallizzare” di un gruppo di adolescenti; la presenza di Edda li costringe a fermarsi e a ripensare la propria vita, li mette per la prima volta con le spalle al muro.


Un romanzo autobiografico e mitteleuropeo

In buona parte autobiografico, il romanzo breve respira l’aria della Trieste di inizio ‘900; una capitale imperiale, nell’immensa provincia dell’impero asburgico. La stessa Edda ha natali metà slavi e metà austriaci. Respiriamo quindi piena aria di Mitteleuropa.

È un romanzo di prime volte, non direi di innocenza ma di primi sentimenti, prime schermaglie, primi amori, prime notti insonni. Al centro, come detto, gli adolescenti; i professori e le dinamiche didattiche rimangono sullo sfondo.


Influenze romantiche e cultura dell’epoca

Vi si avverte anche quell’aria tardoromantica, di fine Ottocento; un po’ gli adolescenti di per sé sono radicali e senza compromessi nelle loro scelte; un po’ veramente Stuparich ha sul comodino il Werther, come i suoi personaggi, ed è lui stesso uno di loro.

Quindi, non è una posa letteraria; è proprio la cultura, l’humus in cui quei personaggi, quelle persone sono cresciute.


Edda Marty come simbolo di modernità

Allo stesso tempo, il personaggio di Edda Marty simboleggia la modernità; la porta nell’ambiente stantio di quella classe di liceo triestino; la porta con sé “di default”: una ragazza che vuole sfuggire alle costrizioni sociali, che vorrebbe vivere la vita libera, senza stare sempre a pensare a cosa dover fare o no.

Libera anche di vivere i propri sentimenti, pur sostenendo il peso di sguardi, giudizi e pregiudizi. Agirà, suo malgrado, da elemento impazzito di un esperimento chimico; Stuparich usa in modo insistente, più volte, la metafora musicale: la classe è un’orchestra; Edda lo strumento che va fuori tempo, quindi risulta dissonante.


Solitudine e vocazione titanica

Allo stesso tempo, inserita nella classe, ma fondamentalmente sola, il personaggio di Edda vive anche una innegabile, splendida, solitudine; è lì che la società le si palesa “come una macchina” i cui ingranaggi possono risultare letali.

Anche qui, in questa sua vocazione titanica, si risente l’influsso romantico; ma forse, mi ripeto, è la sincerità estrema di questo romanzo che cancella tutto e arriva come un pugno allo stomaco.


Un romanzo come capsula temporale

A costo di eliminare dall’orizzonte anche le scelte successive dell’autore, l’impegno politico (che pure nelle scelte di alcuni alunni già emerge), l’irredentismo, la guerra e la prigionia; questo libro forse per Stuparich era la sua capsula temporale, in cui riassaggiare quella purezza di intenti adolescenziale.

Il film di Laura Samani, un piccolo capolavoro di cinema realista, d’autore, profondo eppure leggero e accessibile, tratto dall’omonimo racconto di Stuparich. La vicenda viene ambientata nel 2007: dalla Trieste di inizio Novecento, ci troviamo, quindi, catapultati in quella di inizio millennio. Una scelta non casuale: l’anno dell’esame di maturità della regista; l’anno dell’entrata della Slovenia in Schengen. Un anno in cui i confini crollano, così anche i personaggi saranno costretti ad abbassare le barriere.

Cambia anche il contesto sociale, quello di un istituto tecnico, pressoché maschile, come maschile era il liceo Dante Alighieri dove era ambientato il racconto originale. L’equilibrio viene rotto dall’intervento di un agente estraneo, Fred, una ragazza svedese che si iscrive all’ultimo anno.

Per il resto, il film rimane fedele all’istanza del testo di origine: i nomi dei personaggi rimangono gli stessi del racconto, a segnalare che siano quasi dei tipi universali; gli adulti sono pressoché assenti, tratto questo rilevante anche in Stuparich; la protagonista, invece, rispetto al personaggio del film, appare meno disposta al senso di colpa, e dal dolore saprà fare tesoro, cambiando il contesto attorno a lei, in modo fermo e gentile allo stesso tempo.

Un piccolo miracolo, quindi: un’immersione nella provincia (favorita soprattutto dall’uso del dialetto ma anche da una colonna sonora tutta made in Friuli), un piccolo trattato sulla tarda adolescenza, una rievocazione fedele dell’essenza di uno dei testi più interessanti del nostro Novecento. Un film di cui ricordarsi quando vi diranno che in Italia non si producono più lungometraggi interessanti.

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