Un culto letterario sotterraneo

Le notti romane di Giorgio Vigolo appartiene a quei culti che nascono sotterranei, sotterranei prosperano e sotterranei rimangono. Talvolta può capitare che emergano alla luce del sole, poi inesorabilmente tornano nelle tenebre.
Un paio di settimane fa mi è capitato, come spesso faccio, di andare in una libreria antiquaria. Ormai in luoghi come questi ci si sente un po’ “carbonari” o, meglio, parte di una famiglia allargata. È una sensazione strana, molto simile a quella che si può provare diventando clienti abituali di un negozio di dischi. Forse un giorno parlerò dell’ecosistema microbiologico dei negozi di dischi e delle librerie “de Roma”.
Mi è capitato di chiedere dei libri di Giorgio Vigolo, in particolare un’edizione di Le notti romane, edizione Bompiani, che avevo visto pubblicata sulla loro pagina Facebook. Bene, non solo il libro era lì e quindi divenne mio, ma il libraio mi portò anche un volume collettaneo di sue poesie, una raccolta Mondadori. Dopodiché, rivolto al suo socio, ha detto: “di Vigolo era l’ultimo”, come a dire che era esaurito e che, quindi, vista la richiesta, toccava mettersi alla ricerca di altri suoi volumi. Mi sono stupito. Pensavo che fosse un autore di quelli dimenticati, invece, appunto, il suo culto sotterraneo continua e qualche adepto capita che si aggiunga alla lista dei partecipanti.

Roma come palinsesto letterario
È difficile parlare di uno scrittore così particolare, ma voglio partire da Roma e dall’idea che la scrittura di Vigolo ne ricalchi la conformazione morfologica.
Così come l’Urbe è un palinsesto universale, così avviene spesso, ne Le notti romane, che il protagonista scenda nel sottosuolo della città eterna, ne scopra le antiche vestigia, gli antichi fasti, gli antichi dèi e culti e poi ritorni su, alla luce del sole. Più consapevole, avendo abbracciato l’Eterno.
La città viene così definita nel suo essere collettore eterno, un palinsesto, dove presente e passato convivono e si eternizzano a vicenda: palazzi e case sono fondali scenici; da qualche parte c’è sempre una botola, una crepa che ce li fa attraversare, andando al di là, dietro al fondale, dove è la vita vera, l’eternità scomoda perché insostenibile e che preferiamo tenere lontano dagli occhi.
Una Roma arcaica e visionaria
Certo, è una Roma dal retrogusto arcaico, di antichità dolcemente idealizzate. Colpisce, ad esempio, che questa Roma sia sempre illuminata da torce e candele; manca la luce elettrica, che romperebbe l’incantesimo, che eliminerebbe la penombra, dove invece prosperano l’immaginazione e l’illusione.
Queste, per Vigolo, attingono a una certa verità eterna, che va oltre il dato sensibile. Nella penombra soltanto, sembra dirci il poeta e critico, si trova la via di fuga dall’oggi piatto, per lui innominabile e quindi innominato; nella penombra soltanto la via per lasciarsi andare a questa immersione piacevolmente regressiva, nell’Eterno.

Un attraversamento della Vita possibile solo a Roma
Un tale attraversamento della Vita, per salite e discese, da dentro a fuori, è possibile solo a Roma, con la sua storia incancellabile, preponderante, qualche volta fardello, a cui è impossibile sfuggire.
Ma è una storia che Vigolo concepisce in senso poetico e visionario, una Storia atemporale ed eterna. Se si trova la giusta breccia, il giusto momento spirituale, ci si accorge così che gli Dei pagani sono ancora lì, così come le cerimonie religiose medievali e lo sfarzo della Roma dei Papi.
Guarda tutti i :
