
Riappropriarsi della storia, pensare anche solo di aver diritto ad una storia, a un proprio punto di vista, non è facile se si è sempre stati ai margini. Il sogno di Álvaro Enrigue, scrittore messicano, ormai non più promessa ma certezza, naviga in questo solco. Scrivere una nuova storia, al di là del già detto, e con la scusa attingere, anche grazie all’ironia, forse ad un briciolo di verità condivisa da tutti.
Il romanzo e il suo ritmo
Il libro racconta lo storico primo incontro tra il conquistatore Cortez e l’imperatore Montezuma. Lo fa con un ritmo lento, compassato, pieno di pause, statico. Vi si lascia ampio spazio a descrizioni che ci immergono nella decadenza dell’impero azteco, che ce la fanno quasi cogliere nella sua concretezza.
È un libro che non fa sconti, che non si avvicina al lettore; semmai, è il lettore che deve avvicinarsi all’impalcatura burocratica dell’impero azteco con tutti i suoi innumerevoli orpelli.
Un impero al tramonto e uno sguardo ironico
Così, con un’ironia sottile, velata ci si dispiega davanti un impero disgregato in cui i conquistatori si insinuano in un terreno fertile di rivalità e gelosie. L’aria dell’imperatore Montezuma, l’aria stessa che egli respira, è un’aria stralunata, alterata, distante. Montezuma ci appare accidioso, invecchiato, immalinconito dal peso enorme del proprio impero, attratto solo dalla brama di potere, attratto solo dai cahuayo, i cavalli, bellissimi e numerosi, degli spagnoli.
Gli spagnoli a loro volta si rivelano nel romanzo come conquistatori e manipolatori anche se smarriti di fronte alle innumerevoli novità che si muovono loro incontro.
Una lettura impegnativa, ma illuminante
Insomma, Il sogno può sembrare un libro lento; può sembrare un libro faticoso – e senza dubbio lo è – ma sicuramente propone un punto di vista nuovo su questa storia. Un punto di vista moderno che è quello del Messico contemporaneo. Come in tutte le storie ci sono migliaia di modi di raccontare e migliaia di punti di vista possibili. Il sogno ci ricorda, ancora una volta, che per giudicare o anche solo comprendere, servono pazienza e la volontà di mettersi nei panni di chi stava dall’altra parte.
