
Sulla scia della recente pubblicazione di un libro come Il sogno di Álvaro Enrigue (Feltrinelli editore), ho riletto un romanzo tra i pionieri del romanzo storico sudamericano, “L’arpa e l’ombra” di Alejo Carpentier. Romanzo pubblicato nel 1979 dallo scrittore cubano e che ho letto e compulsato nell’edizione italiana Sellerio, traduzione di Linda Verna.
Possiamo definirlo una piccola grande seduta spiritica che rievoca pensieri, opere e omissioni di Cristoforo Colombo. Il celebre e discusso navigatore viene individuato da Carpentier come inizio e fine di un’era e di una fase della storia, l’uomo di passaggio non solo per la storia sudamericana. Un uomo, o meglio, un fantasma “presente/assente”, dalla cui ombra invisibile non si può scappare.
Colombo in prima persona: un ritratto ambiguo
A parlare, nella sezione centrale del romanzo, sarà Colombo stesso in punto di morte e rievocando le sue vicissitudini. Ne emerge un ritratto in punta di penna sostanzialmente e imprescindibilmente ambiguo; Colombo è un fantasma e, in quanto tale, sfugge anche alla nettezza del giudizio.
Emergono, però, dalla prosa di Carpentier alcuni tratti: un abile venditore di sé stesso, un mitomane, un megalomane, un uomo dalle credenze allo stesso tempo moderne in alcuni ambiti ma sostanzialmente medievali e arretrate in altri, un visionario, un conquistatore.
Una prosa barocca per un romanzo estremo
Carpentier con la sua prosa barocca sembra essere fatto, anzi, nato per questo tipo di romanzo storico; non a caso è il suo ultimo e forse – oso – la coronazione di una intera carriera.
Preparatevi, quindi, a periodi traboccanti di aggettivi e a elencazioni iperboliche. Preparatevi ad una lunga seduta spiritica, pullulante di “forme fantasmagoriche” (cit.), ad un lampo di luce nella vita di Colombo, uomo misterioso, “venuto dal mistero” e “tornato al mistero”.
