Il ritorno del Futurismo
Quest’anno sicuramente si è tornati a parlare di Futurismo, complice la mostra “Il tempo del Futurismo” alla Galleria Nazionale di Arte moderna e contemporanea di Roma e la sequela di polemiche che la hanno accompagnata prima, durante e che sicuramente continueranno dopo.
Tra le tante letture riemerse, si è rinnovato anche l’interesse per il futurismo letterario, una dimensione spesso trascurata a favore delle arti visive ma fondamentale per comprendere appieno la portata dell’avanguardia marinettiana.
In realtà, non si è mai smesso di parlare della nostra avanguardia; se contiamo le mostre correlate o propriamente dedicate sono state innumeri; tra quelle più roboanti e risonanti in termini di pubblicazioni e di catalogo si ricordano quelle del1986 e del 2009. E poi gallerie dedicate qui, mostre personali là.
La natura letteraria del Futurismo
Di una cosa forse veramente poco si è parlato quest’anno: la natura inizialmente letteraria dell’avanguardia e del suo fondatore Marinetti. Anche nella mostra alla GNAMC vi è stato dedicato solo un corridoio, luogo di passaggio, quindi, con alcune teche. Sinceramente un po’ poco.
Allora, dopo la visita alla mostra su cui non mi espongo troppo qui – sarebbe troppo tranchant e avrei bisogno di più spazio per articolare un giudizio degno di essere un contributo al dibattito – mi sono detto: «Ok. Il Futurismo in sé si può divulgare, semplificare, rendere ecumenico, con le opportune forzature. E il Futurismo letterario? È ancora moderno? È ancora proponibile al lettore del 2025?».
Il Futurismo e il romanzo
Quando pensiamo al futurismo italiano, ci vengono subito in mente manifesti incendiari, dipinti dinamici, parole in libertà e un entusiasmo quasi ossessivo per la velocità, la modernità e la guerra.
Ma che rapporto ha avuto l’avanguardia con il romanzo, un genere tradizionalmente legato alla costruzione lenta delle storie e al loro intreccio? Un genere legato imprescindibilmente al milieu borghese che a parole l’avanguardia stessa voleva tirare giù dal piedistallo.
La rivoluzione narrativa futurista
Eppure, guidati e irregimentati da Marinetti e sulla scia del suo esempio, alcuni futuristi tentarono la via del caro vecchio romanzo, aggiornandolo ai principi dell’avanguardia.
Per i futuristi, anche il romanzo doveva essere rivoluzionato. Non a caso, nel Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912 si teorizzava una nuova forma letteraria. Breve, frammentata, priva di sentimentalismi e strutture tradizionali, la nuova via voleva tradurre sulla pagina lo stesso dinamismo che animava le tele dei pittori futuristi.
Contaminazioni e svolte

I testi però «sembrano sviare dal dato programmatico del manifesto […] per ritrovarsi in un luogo del tutto inaspettato […], ossia nel terreno del mistero e dell’occultismo, nel regno delle forze ignote e dei simboli arcani». Una forma letteraria che parte dalla Scapigliatura, attraversa il Papini dei racconti fantastici e saccheggia un po’ il decadentismo, un po’ il simbolismo ma in una forma che si fa sempre più sintetica e veloce, seppure nella eterogeneità degli esiti: dalla pura reverie da vagabondaggio decadente (Azet di Conti; Arlecchino di Soffici) agli aeroromanzi con aspirazioni trascendentali (S. Francesco in aeroplano del misterioso Bernardo Spiridigliozzi), alla tranche de vie cittadina (Barbara di Giovanni Gerbino).
Un’eredità dispersa
Solo nella stagione finale del movimento, nel 1939, arriverà, a coordinare e raccogliere frutti così disparati, il Manifesto futurista del romanzo sintetico a firma Marinetti, Scrivo, Bellanova.
Una produzione che è rimasta comunque sottotraccia e che nella nebbia del tempo si è persa e sbiadita. Una produzione fantasma, come recita il titolo di una delle poche monografie on-line a lei dedicate.
Due romanzi sintetici futuristi
Primo Conti, Azet, Edizioni della cometa, Roma 1988

Azet, pagliaccio dai poteri magici e inquietanti, intraprende un viaggio metafisico verso la città…
Azet è romanzo sintetico di Primo Conti, pittore futurista ma che si espresse anche in campo letterario. Scritto nel ’17 e rimasto inedito, è poi stato stampato dal curatore Gabriel Cacho Millet per i tipi di Edizioni della Cometa nel 1988. Potrebbe risentire – azzardo – l’influenza o comunque l’ascendente del modello dell’Arlecchino di Soffici (1914); sicuramente nelle due opere spira la stessa aria del futurismo fiorentino di inizio secolo.
Azet è un romanzo sintetico, sicuramente risponde ai canoni del genere: frasi brevi e concise, scene e transizioni veloci. A contrasto, opera una tendenza di Conti e del suo personaggio: quella a soffermarsi sul paesaggio e suoi colori – qui si sente che Conti era primariamente un pittore – e, insieme, a dare spazio a inserti di lirismo. Anzi, lo sguardo di Azet vede allo stesso tempo realtà e finzione, come se fosse caduta la parete che li separa. Sono quindi frequenti, seppur veloci, gli inserti riflessivi: Azet viaggia da solo, con un peso interiore, è inquieto, perplesso, è in definitiva un personaggio che affronta una metamorfosi, una crescita.
Inolte, è attratto dalla città: ogni sosta è una tappa in un percorso più grande e inesorabile.
Altro elemento di riflessione: Azet parla, dialoga e gioca con i bambini, crea per loro dei giocattoli. Azzardo possa essere un rimando al fatto che anche lui sia un bambino eterno, così come l’artista. Rimane bambino nel senso che attraversa la vita, pur con i suoi dolori, ma con leggerezza e intuizione, senza mediazioni, correndo il rischio, non solo ipotetico, di rimanerne ferito.
Sicuramente, il romanzo è un esperimento interessante per i contrasti vivi che lo attraversano e lo colorano, nel miracolo di sole 60 piccole paginette.
Giovanni Gerbino, Barbara. La dattilografa, Pungitopo, 2019

Per le strade e i locali di una Milano del ‘29 («Milano-città-commerciale-ricca-grande») agli occhi disincantati di un futurista siciliano si consuma una storia d’amore.
Tra i vari autori che cercarono di mettere in pratica le idee futuriste in ambito romanzesco, spicca una figura meno nota ma estremamente significativa: Giovanni Gerbino. Scrittore e intellettuale attivo nel cosiddetto secondo Futurismo, Gerbino si confrontò direttamente con la sfida di dare forma narrativa ai principi futuristi, e lo fece con una particolare attenzione alla forma breve e alla densità espressiva, tratti distintivi del cosiddetto romanzo sintetico.
Nei suoi scritti si avverte chiaramente il rifiuto della descrizione tradizionale, l’eliminazione della psicologia borghese e l’uso di uno stile scattante, quasi cinematografico. Gerbino dimostra come anche autori lontani dai riflettori abbiano contribuito a esplorare le possibilità di un romanzo “nuovo”, più rapido, asciutto, e in linea con lo spirito del tempo.
Barbara. La dattilografa, pubblicato nel ’29, amato e lodato dal “padre padrone” Marinetti, rientra, forse più dell’esempio di Primo Conti, nel genere del romanzo sintetico: poche pagine, cinque appuntamenti tra un uomo e una donna nella veloce e dinamica Milano. Anche qui paradossalmente, nonostante le capriole formali dell’autore, ad emergere è il sentimento che rimbalza nello scambio veloce di corpi e sguardi tra i due protagonisti.
Nel complesso, comunque, il libro è delizioso, innocuo ma senza dubbio – e non è per forza una critica, lungi da me lo snobismo, anche se a volte è facile caderci – animato da una certa leggerezza che oso dire quasi anticipa certe commedie italiane. Naturalmente, lì dove si poteva osare, ovvero l’indipendenza di Barbara e un accenno di femminismo nelle sue parole, tutto viene riportato allo sguardo maschile del narratore, quindi sminuente e giudicante. Ma forse chiedere a un testo futurista del ’29 una prospettiva diversa sarebbe troppo…!
Direttamente dalla libreria del Bibliofolle:
- Prosa e critica futurista, a cura di Mario Verdone, Feltrinelli, Milano 1973
- ZIG ZAG. Il romanzo futurista, a cura di Alessandro Masi, Il Saggiatore, Milano 1995
- I poeti del futurismo. 1909 – 1944, a cura di Glauco Viazzi, Longanesi, Milano 1978
- Primo Conti, Azet, Edizioni della cometa, Roma 1988
- Giovanni Gerbino, Barbara. La dattilografa, Pungitopo, Gioiosa Marea 2019
- Claudia Salaris, Il futurismo e la pubblicità: dalla pubblicità dell’arte all’arte della pubblicità, Lupetti & Co., Milano 1986
- Leonardo Tondelli, Futurista senza futuro. Marinetti ultimo mitografo, Le Lettere, Firenze 2009
- Giovanni Lista, Arte e politica. Il futurismo di sinistra in Italia, Fondazione Mudima, Milano 2009
