
Verso la cuna del mondo, un testo anomalo nella produzione di Guido Gozzano. Testo giornalistico, uscito a puntate su più quotidiani, non presenta una forma d’autore. Testo postumo e forse neppure voluto. L’ordine degli articoli, pubblicati su diverse testate tra il marzo ’14 e il settembre ’16 e poi raccolti in volume, non è riconducibile all’autore ma, forse, a G.A. Borgese, che ne curò la prima edizione per i tipi di Treves, o a un redattore anonimo1. Sicuramente, e questo è un dato non secondario, anche Verso la cuna del mondo, come molti altri resoconti di viaggio, viene ricostruito a posteriori, intercorrendo diverso tempo tra il viaggio e la scrittura. La mente va al capostipite delle memorie di viaggio, il Viaggio in Italia di Goethe, scritto a distanza di trent’anni dal viaggio effettivo. Gozzano salpa il 16 febbraio 1912 e arriva a Bombay il 5 marzo dello stesso anno. Il ritorno in patria cade alla fine del mese di maggio. Gli studiosi ormai concordano nel limitare l’itinerario gozzaniano nelle terre indiane a Ceylon2. Questo significa che 2/3 del viaggio è stato condotto attraverso la penna, su fondali di cartapesta. Un Oriente della mente, coltivato razionalmente attraverso pubblicazioni3, illustrazioni “più vere del vero” e fotografie. Alcune vedute non possono prescindere dall’occhio fotografico e cinematografico, il nuovo medium che cambia la modalità di ricostruzione letteraria del reale.
Motivazione del viaggio e resa letteraria
Sincera è la motivazione del viaggio, migliorare le proprie condizioni di salute, un rinnovamento concreto e spirituale attraverso l’incontro con l’India; artificiosa, invece, è la resa letteraria. La forma epistolare vorrebbe trasmettere l’idea di un racconto in presa diretta. Quello sguardo immediato, aderente agli oggetti, alle raffigurazioni, ai colori, contrastanti dell’India è però frutto di sapiente rimodulazione.
Letteratura, geografia e trasfigurazione del reale
La trasfigurazione letteraria del dato reale non deve stupire. La geografia e la letteratura di viaggio per loro costituzione traggono comune nascita dal medium scritto; la geografia antica era questione di fonti. Ed in questo anche Gozzano sceglie bene le sue per poi occultarle, così come fa nei suoi testi poetici. Di più: è la vita stessa di Gozzano che è stata da lui stesso lavorata in senso letterario; attraverso la scrittura il poeta dà autonomia e spessore letterari alla propria vita. «La letteratura è quella che foggia la vita», chiosava il giovane Guido in una lettera ad Amalia Guglielminetti del 5 giugno 1907. E Verso la cuna del mondo non sfugge a questo effetto di slittamento del vero sul piano della ricostruzione finzionale. Già ne Le torri del silenzio notiamo la presenza querula attorno al viaggiatore di figure da romanzo come il dottor Faraglia. In quelle pagine tanto piccole e basse sono queste figure di contorno, tutte intente a banchettare mentre assistono ad un funerale parsi nel quale il cadavere viene sventrato dagli avvoltoi, tanto alta e rispettabile diventa la tradizione rappresentata, seppure lontana da quella occidentale.
Anche questo resoconto di viaggio è quindi prima di tutto viaggio della memoria e dello spirito. Viaggio dell’identità e dei percorsi interiori.
L’Isola di Elefanta e l’India dei contrasti
L’Isola di Elefanta apre il testo nella forma edita nella prima edizione da Treves. È la prima tappa che ci dischiude alla realtà dell’India attraverso gli occhi del poeta. Nei bassorilievi del tempio sembrano essersi radunati detriti di civiltà perdute, mischiati insieme, sovrapposti come in un palinsesto ormai di difficile comprensione:
«Domina nella grotta principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un corpo formidabile a tre teste, la Trimurti famosa: Siva che crea, Wisnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s’incarna all’infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in mille altre figure dal simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile linga, e femminile joni, circondato da infinite figure: elefanti, tigri, serpenti, da saggi, rhisi, da apsare, uri dell’olimpo brahmino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro cigni, Visnu sorridente, altovolante sull’avvoltoio dalla testa umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che con l’una mano abbraccia lo sposo, con l’altra strozza non so quale rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono cibi e rinfreschi».

È l’India dei contrasti, della confusione, del sincretismo. L’india per gli iniziati. È l’India dello shock culturale, quella che Gozzano sta cercando, e l’unico modo per afferrarla è quello di organizzare il testo in base alla strategia dell’accuverso la cunamulo, dell’elenco destrutturato:
«è una poetica questa dello choc, che si manifesta in primo luogo, in questo orizzonte, come maturante dalla realtà stessa, come un dato lucidamente obiettivo. L’India appare al poeta come il luogo tipico in cui le più eterogenee presenze, le cose più incompatibili tra loro, si giustappongono, si accumulano, urtano l’una con l’altra: è il regno dell’anacronismo e del paradosso, e Gozzano non può che esaltarsi in una simile atmosfera»4.
L’India indicibile e lo choc culturale
In queste prime pagine, Gozzano abdica alla ricerca dell’ordine occidentalizzante, marca una distanza riportando l’affastellarsi di immagini nel suo originario disordine. Una mancanza di costrutto che spiazza, e della quale il poeta si mostra inorridito ma allo stesso tempo affascinato. Ci affascina quello che non conosciamo, quello che è complesso, intricato. Una sfida: narrare ciò che sfugge, narrare l’indicibile5.
Secondo De Rienzo l’India per Gozzano è proprio questo: un paese «indicibile»6, dell’indistinto, verrebbe da aggiungere, se si pensa che la distanza del Gozzano visitatore dall’India viene misurata soprattutto laddove la cultura indiana va a mescolare categorie che la nostra cultura mantiene distinte, quando va a toccare tabù scottanti.
La devadasis e la distanza culturale
È il caso della rappresentazione letteraria della danza di una devadasis, sacerdotessa che loda la divinità attraverso la danza.
La sacerdotessa danzante viene raffigurata e presentata fedelmente; il Gozzano viaggiatore stesso vuole fare di lei una parte di quella India «intatta» di cui è alla ricerca; la bajadera ci sembra una di quelle illustrazioni, care al “rispettabile bugiardo”, che prende vita e plasticamente la immaginiamo in movimento dinanzi a noi. Un particolare della sua arte cattura Gozzano, l’uso immaginifico delle mani, capaci di dipingere interi mondi:
«La sdegnosa povertà dell’allestimento teatrale di Shakespeare; il cartellino con the forest, the king’s house; la foresta, la casa del re, è abolito, e le cose son disegnate dall’arte digitale di due belle mani; disegnate nell’aria, ma restano impresse negli occhi di questi spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all’artista; sulla misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange, il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell’arte, non può naturalmente godere dell’incantesimo, come non mi è dato di capire una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a rivelarmi che in quell’istante, la regina agonizzante giunge sulla riva del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l’ansia, si trasmutano in una gioia che fa del volto contratto, un mistero di delizia ineffabile».
Nonostante questa illusione, che molti punti di contatto ha con l’arte dell’illusione che Gozzano stesso mette in campo in questi scritti indiani, nonostante la sua bellezza, il pezzo si chiude con una constatazione amara: la complessità dell’India, la sua stratificazione culturale, la sua alterità sono entità rispetto alle quali il poeta si sentirà sempre estraneo.

«Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che superata pur anche una tale fatica [quella di imparare il sanscrito, n.d.r.], padrone degli idiomi difficili, resterei estraneo all’essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, la fede opposta».
L’altrove del cuore e della mente
Proprio perché all’India il narratore gozzaniano rimane «estraneo», si sostituisce all’approfondimento che per distanza culturale non può avvenire, una ricreazione in vitro dell’altrove non per questo meno vera. Verso la cuna del mondo racconta anche questa consapevole rinuncia. Preferisce portare in vita un altrove del cuore e della mente piuttosto che riportarlo nei dettagli reali. Forse perché in quel momento della sua vita, il viaggio in India diventa per il poeta torinese, è vero, occasione per articoli da giornale ma anche e soprattutto l’occasione per vedere confermata la corrispondenza tra l’India vera con l’India della fantasia, sognata fin da piccoli. Significa perciò contattare, rispolverare una parte di sé.
Goa, nostalgia e ricerca identitaria
La visita alla città di Goa sembra indicatrice della ricerca identitaria che lo sguardo gozzaniano intraprende in India.
Qui il poeta sembra cercare, scavare, nell’alterità di una dimensione altra, una traccia a lui vicina. In una città lontana prova a ritrovare un po’ di sé stesso. Un sé stesso definito nei contorni: “il gozzano di Torino”, “il gozzano dei piccoli affetti”. Così Guido si autorappresenta alla ricerca di un missionario, fratello di un suo compagno di scuola. Fin dalle prime battute il viaggio sembra connotato fortemente dalla nostalgia. In quella diversità, in quell’affastellarsi di segnali visivi ma anche morali, il pensiero corre ad un tempo diverso, quello di casa. Ancora una volta l’io del viaggiatore si riscontra, si rivela e si rispecchia, come da copione, nell’altro e nella distanza da questo. La ricerca delle tracce di questo alter ego gozzaniano, un’altra possibile vita, viene a costituire una vera e propria linea narrativa attorno alla quale il testo viene organizzato. In Goa Gozzano rivede Roma e l’Umbria; mantiene uno sguardo occidentale mosso da categorie in cui egli stesso si riconosce.
Goa è la prima città che incontriamo nella silloge di articoli gozzaniani ed è una città morta7, prima di molte altre. Gozzano sembra ritrovarsi in questo suo itinerario indiano sempre a galleggiare, a districarsi tra i detriti del passato, una stratigrafia di cose passate, disarmonica, allo stesso tempo spiazzante e ammaliante.
La città morta e la memoria letteraria
Questo itinerario, che è interiore, viene veicolato su binari letterari: la descrizione della città abbandonata si confonde con le parole di un sonetto del francese De Herieda, poeta parnassiano molto amato in giovinezza, fino alla fusione delle due voci. Il sonetto in lingua originale chiude il capitolo, quasi fosse un’epitome dello stesso:
Morne Ville, jadis reine des Océans!
Aujourd’hui le requin poursuit en paix les scombres
Et le nuage errant allonge seul des ombres
Sur la rade ou roulaient les galions géants…

Verso la cuna del mondo configura un viaggio che si addentra, senza volerlo, sempre di più nell’India immaginata, l’India da favola. Il continente indiano si svela attraverso occhi occidentali: una fantasia d’evasione. Non c’è nulla di male; Gozzano, accanto ai colori veri abbaglianti visti nel breve viaggio, è alla ricerca anche di questa India qui. L’India ricostruita in punta di matita, l’India «quale me la immaginavo da adolescente». Di qui il giubilo, lo stupore che saggia la certezza quando nelle pagine del suo reportage Gozzano dice di ritrovare quell’ “India intatta”, l’India dell’infanzia non toccata dai pericoli del presente. In realtà, il ritornare insistente di questa dicitura rivela il trucco, e cioè che quell’India è un fondale di cartapesta, un paese di stuoia arrangiato da Gozzano a partire dalla sua mente e dalla sua familiarità con essa. Paradossalmente, le fotografie e le stampe, di un’India immaginata e sempre rappresentata (e quindi colta da un occhio estraneo, lontano), sono familiari quanto Torino, anzi Torino e casa sono identificate con questa idea infantile e favolosa dell’India.
Dettagli del vero continente indiano
E del vero continente indiano si può cogliere poco: l’evidenza dell’India viene colta da Gozzano nelle piccole cose, in dettagli apparentemente insignificanti. Viene colta da lontano e presagisce la morte:
«Matthew ha posto in mezzo al tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d’orchidee, raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell’interno iridescenti come le tinte intravviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascio dà l’incubo della peste e del malefizio, e nell’afa pomeridiana emana un odore fetido insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest’ora, in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d’una principessa, e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato!».
L’India creata dalla scrittura
Perché la vera India è un’altra, non quella di cui si sta scrivendo ma quella che attraverso la scrittura viene immaginata, creata e custodita.
Un approccio che, quindi, nella seconda parte degli articoli, dopo Ceylon, si fa paradossalmente più diretto perché fa a meno del riferimento reale al qui ed ora e indaga quella che è l’essenza, il profumo dell’India così come Gozzano e gli italiani possono coglierlo, così come vogliono coglierlo. Entriamo qui in una dimensione atemporale in cui i ricordi d’infanzia e la rielaborazione della memoria adulta convivono. Allo stesso tempo, questa India, essendo atemporale, è potenzialmente eterna ed è un dono che Gozzano guadagna alla fine del viaggio e che rimarrà con lui. Un dono per il futuro. Perché Gozzano, non dimentichiamolo, intraprende il viaggio proprio per conquistarselo quel futuro, per riguadagnare sé stesso, «il sé stesso fisico e morale»8. La scrittura quindi sostanzia il viaggio, è l’operazione che costruisce mattone dopo mattone questa India favolosa, luogo della mente, che rimane paese di carta, fatto solo di parole. Però è rinfrancante e dolcemente illusorio perdersi un attimo in quella dimensione: un altrove che diventa familiare, un altrove che si avvicina per non andarsene più. Di modo da trovarsi uomo individuale ma allo stesso tempo, abbracciando un mondo distante dal nostro come quello indiano, «cittadino della terra, in me: cittadino di ogni uomo» (Analfabeta, vv. 83-85).
Il Taj Mahal e il culmine del viaggio interiore

Verso la cuna del mondo quindi non è altro che la porta aperta su un itinerario interiore che culmina con la conquista del simbolo per eccellenza del sub-continente: il Taj Mahal. Anche Golconda, e con lei il suo tempio, si profila come città morta, città memoriale, grande monumento al passato. Come abbiamo già detto per Goa, Gozzano sembra attratto da questa dimensione da fine del tempo, dalla dimensione del cimitero e della memoria. Il Taj Mahal si erge su uno sfondo atemporale, nella sua bellezza abbagliante; certezza nel mare del transitorio; e se la vita di coloro che lo hanno abitato ormai è mero “fantasma”, l’architettura del mitico palazzo, idealizzato, rimane oltre il tempo:
«E da presso appare all’occhio abbacinato quanto l’arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un gioiello, l’edificio d’un Titano e il capolavoro d’un cesellatore moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l’onice nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore opalescente dell’insieme, come una striscia di kool, tracciata dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo nell’occhio d’una bajadera. Le porte d’argento – l’argento sul candore del marmo! – riproducono l’intero Corano, a parole scomposte e ricomposte come in una cabala».
Il sogno finale e l’India conquistata
La descrizione del palazzo, sulla quale Gozzano tornerà anche negli articoli successivi, viene scandita dall’affastellarsi di elementi, dalle interiezioni insistite, dall’invocazione del nome, un nome fantasticato chissà quante volte, nome magico. Nome scritto o raffigurato sulla carta e che prende vita. Una fantasia vera. È questo il paradosso del viaggio gozzaniano. La reale magia della parola.
Proprio perché eterno il Taj Majal, con la sua visione sognata, libera l’altro viaggio, quello astratto del sogno, manifestamente finzionale e ad Agra il poeta, come fosse in una stanza della memoria, può venire allo scoperto e seduto a pranzo con due turiste francesi da operetta9, chiude gli occhi e:
«Sono l’imperatore Acbar, il più possedente dei Gran Mogol, e questo è il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad ambasciatori della Serenissima; queste sono due “cristiane” rapite dai corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d’Etiopia, donate dal Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori… Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci concede!…».
La parola passa al sogno. L’India immaginata è stata finalmente conquistata e l’avventuriero può tornare a casa.
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Pasolini in India: viaggio, mistero e critica della modernità ne L’odore dell’India
Il viaggio di Giorgio Manganelli in India: nascita di Esperimento con l’India
Bibliografia essenziale:
Roberto CARNERO, Guido Gozzano esotico, De Rubeis, Anzio 1996
Giorgio DE RIENZO, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, Rizzoli, Milano 1983
Guido GOZZANO, Nell’Oriente favoloso, Liguori, Napoli 2004
Guido GOZZANO, Verso la cuna del mondo, Garzanti, Milano 1944
Guido GOZZANO, Verso la cuna del mondo, Marzorati, Milano 1971
Guido GOZZANO, Verso la cuna del mondo, Mondadori, Milano 1983
Guido GOZZANO, Verso la cuna del mondo, Bompiani, Milano 2008
Guido GOZZANO, Opere, UTET, Torino 1983
Marziano GUGLIELMINETTI, Introduzione a Gozzano, Laterza, Roma-Bari 1993
Edoardo SANGUINETI, Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, Milano 1966
- Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, Treves, Milano 1917. La natura postuma e non autoriale del testo pone problemi filologici di difficile soluzione, lasciando aperte diverse strade agli editori. De Rienzo nel 1983, ad esempio, ha pubblicato il testo pubblicando gli articoli secondo l’ordine di pubblicazione sui quotidiani e mettendo in appendice le lettere ai familiari e alla Guglielminetti che documentano il “vero viaggio” di Gozzano. Mi pare l’edizione più completa, insieme a quella curata da Epifanio Ajello per Liguori (2004) che opta per una scelta editoriale simile. Sia Marziano Guglielminetti nel suo fondamentale Introduzione a Gozzano (Laterza, 1993) dichiara che il problema non è da porsi, non essendo possibile ricostruire in alcun modo la volontà dell’autore. Anche Sanguineti nei suoi ormai celeberrimi saggi segue la forma dell’opera edita in volume da Treves e non affronta la questione (Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, 1966). Per una disamina puntuale delle diverse edizioni del testo rimando qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/gozzano-guido-verso-la-cuna-del-mondo-lettere-dall-india.html. ↩︎
- È ormai assodato che «la realtà vissuta del viaggio in India di Gozzano si fermi a Ceylon e che dopo cominci un viaggio puramente letterario, un pellegrinaggio a matita verso Benares, verso la cuna del mondo» (Grisay, L’India di Gozzano e quella di P. Loti in «La rassegna della letteratura italiana», sett-dic. 1967, p. 430). ↩︎
- Per Carnero «I luoghi e i tempi falsati si spiegano se si vanno a leggere i resoconti di un altro viaggiatore e scrittore che lo aveva preceduto di qualche anno in un viaggio analogo (viaggio che data esattamente dagli ultimi mesi del 1899 ai primi del 1900): il francese Pierre Loti (autore di un volume intitolato L’Inde (sans les Anglais), 1908), di cui Gozzano pare volere ripercorrere i passi, almeno nel libro, in maniera fedele: come il viaggio di Loti ha luogo a cavallo tra il 1899 e il 1900, così Gozzano pone il suo tra il 1912 e il 1913 (in tal modo potrà trascorrere, nella finzione letteraria, un Natale a Ceylon, che è anche il titolo di un capitolo di Verso la cuna del mondo). […] Gli studiosi che si sono occupati di Verso la cuna del mondo hanno poi evidenziato numerose altre fonti: un’India di Paolo Mantegazza (1884), le Peregrinazioni indiane di Angelo De Gubernatis (1886-1887), le Lettere di un viaggiatore dall’India di Ernesto Haeckel (trad. it. 1892), e altri testi ancora» in G.Gozzano, Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, Bompiani, Milano 2008 , p. 10. ↩︎
- Edoardo Sanguineti, Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, Torino 1966, p. 135 ↩︎
- «Nell’indefinibile presente senza nome», come cantano Juri Camisasca e Rosario di Bella in Spirituality, disco puro e di ricerca spirituale. ↩︎
- De Rienzo, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, Rizzoli, Milano 1983, p. 165. ↩︎
- «Quell’accumulazione stridula e buffa e assurda di realtà che lo affascinano e lo stordiscono [è] in primo luogo, accumulazione cimiteriale, inventario di cose in rovina, da cui emana un solo, perpetuo, privilegiato profumo: un odore di morte», Sanguineti, cit., p. 153. ↩︎
- Borgese in Gozzano, Verso la cuna del mondo, Garzanti, Milano 1944, p. 164. ↩︎
- Il viaggiatore cede al sogno, quindi, ma lo fa, come sempre nella poetica gozzaniana, accompagnandosi ad un’ironia amara. Nel passo secondo Guglielminetti «è abbastanza ironico il suo distacco dalle condizioni in cui il sognato Oriente vive tra Otto e Novecento percorso da turisti occidentali senza cultura, incapaci di conservarne e apprezzarne le bellezze» (M. Guglielminetti, Introduzione a Gozzano, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 150). ↩︎
