
MURDERBOT di Martha Wells (“The Murderbot Diaries”; ed. italiana “Murderbot. I diari della macchina assassina”, Mondadori, Oscar Fantastica, Euro 20) si è fatto un gran parlare l’altr’anno, così come per tutti i libri che vincono premi ambiti (in questo caso Nebula, Hugo e Locus).
Tra le critiche quella di una semplicità d’impianto e delle premesse narrative. Mi chiedo però se questo sia effettivamente un problema; forse bisogna intendersi su cosa vogliamo dalla fantascienza.
Fantascienza e intrattenimento
Se cercate intrattenimento, Murderbot fa al caso vostro.
L’universo della Wells è in mano ai robot e agli umani aumentati, eppure una macchina, in un mondo dove l’hackeraggio è all’ordine del giorno, riesce a liberarsi e a pensare strategicamente, al di là degli ordini.
Colonizzazioni, manufatti alieni, compagnie di ricercatori in guerra tra loro affollano il mondo di Murderbot.
Il personaggio di Murderbot
L’azione non manca, ma l’elemento che connota l’unicità di questi racconti è il personaggio principale, dispositivo senziente, i cui pensieri sono condotti con verve, sul filo dell’ironia, nell’eterno scontro tra istinto umano e freddezza androide.
Questi tales si reggono attorno a questi temi ed è ciò che li rende avvincenti, nel cercare di inseguire le successive evoluzioni del personaggio.
Limiti narrativi e sezioni action
Meno riuscite le sezioni action, che talvolta appaiono un po’ confuse. Inoltre, non sempre si coglie il senso narrativo, ai limiti dell’abuso, che la Wells fa dell’hackeraggio, con uno sfoggio di lessico tecnico buttato lì senza dare uno straccio di spiegazione.
Tutto il libro, però, nel suo insieme intrattiene bene e quindi, su questi piccoli difetti, si può sorvolare.
