Oscar Mondadori Classici: 60 anni di classici senza tempo
Dici Oscar Mondadori, dici 60 anni di Oscar Mondadori e per me dici classici. Classici in veste elegante, spesso nera, quella degli Oscar Classici, appunto.
E poi, l’uso formidabile della grafica e dei quadri nelle copertine, come a dire l’arte riconosce l’arte. Le opere di Calvino. Quelle di Dante. I grandi romanzi e la grande poesia inglese e italiana dell’Ottocento.
Quello che ha sempre catturato, però, – lo ammetto, quale lo studente squattrinato che sono stato, oltre alla veste grafica, era il prezzo e che a quel prezzo potevi avere introduzioni d’autore, ma soprattutto traduzioni affidabili.
Alcune classiche anch’esse, ma sempre leggibili e godibili, raramente datate. Oscar per me è il classico che si avvicina a noi e che rimane lì con te, sempre, nella dimensione del “senza tempo”.
Scegliere quelli del cuore per fare un piccolo omaggio alla collana non è stato semplice. Sono andato veramente a sentimento; del resto, la letteratura e la bibliomania hanno poco di razionale.
Questo è quello che ho tirato giù dallo scaffale.
Kafka

Il primo incontro con Kafka è stato con un’edizione de La metamorfosi e altri racconti (Oscar Classici Moderni, 2001); poi, con la maturità, ho approfondito il grande praghese e la scelta, casuale forse, uno di quei fortunati ritrovamenti da bancarella, è ricaduta su Tutti i racconti, sempre con la curatela di Ervino Pocar, sempre Oscar Mondadori.
Una ristampa del 1980; la prima edizione è del 1970, testimonianza della fortuna di questa traduzione. È un volume che almeno un paio di volte all’anno non posso fare a meno di compulsare per rileggere questo o quel racconto, o per riscoprirne altri sotto una luce nuova.
In copertina un quadro di Lyonel Feininger (Der Grützturm in Treptow an der Rega).

Balzac
Per Balzac ho avuto un’ossessione durante gli anni del liceo, condivisa con una mia amica.
Anzi, è stata lei inizialmente a trasmettermi il virus Balzac: leggere, ma prima collezionare, le pubblicazioni italiane del grande francese; frammentate in tanti volumi, spesso volumetti, editi da una miriade di case editrici.
C’è da dire che, arrivata la mia collezione a più di trenta volumi, – posso dirlo – Mondadori è quella che ha fatto lo sforzo più vicino – ahimé, mai ancora osato da nessuna casa editrice italiana – ad una pubblicazione completa della Comédie Humaine.
A parte i tre Meridiani dedicati, se contiamo i libri balzachiani pubblicati nelle varie collane Oscar, arriviamo sicuramente a un numero lusinghiero: tra i volumi da me ancora ricercati annovero La Trentenne e Memorie di due giovani spose.
Il primo Oscar balzachiano che mi è capitato tra le mani e che occupa un posto d’onore nel mio cuore bibliomane è César Birotteau.
La storia è pura libidine balzachiana: l’ascesa e la caduta di quello che era un semplice profumiere ma che si ritroverà nel fulcro, anzi, nel turbine della vita sociale dell’élite parigina.
La copertina dell’edizione Classici Mondadori (2006) isola un dettaglio di un quadro di Ingres (Ritratto di Jean-Baptiste Desdeban), concentrando l’occhio del lettore su questa figura di giovane sfuggente, di belle speranze, con lo sguardo fisso nel futuro.
Non poteva esserci scelta più adatta.

L’ultima mia conquista, anch’essa ambitissima, è la raccolta La commedia umana. Racconti e novelle, in due volumi, che raccoglie molta della produzione breve balzachiana.
Nell’impalcatura della Comédie Humaine, però, anche un insignificante racconto può diventare colonna portante. Quindi, meglio averlo con sé. Non si sa mai.

Dante
All’università, più che al liceo, se si fa Lettere, si ha modo di scoprire che oltre alla Commedia, Dante ha scritto molto altro; anche se ogni opera, ogni tentativo, riuscito, compiuto o abortito, è stato un passo di avvicinamento alla perfezione del grande poema dedicato a Beatrice.
Mi ricordo che seguivo i corsi di filologia italiana e che spizzavo da lontano, nei corridoi, il professor Gorni. Ho seguito qualche sua lezione ma non ho mai avuto il coraggio di dare esami con lui.
Quando, naturalmente, è venuto il momento di leggere la Vita Nova, tra le tante edizioni non potevo che scegliere quella Mondadori, Oscar Classici.
Perché? Intanto, sulla copertina campeggia il ritratto di Dante a figura intera, quello celeberrimo e iconico di Andrea Del Castagno.
Non è il Dante accigliato e ieratico; è il Dante gentile, ha un piede posto in avanti rispetto all’altro, si sporge quasi dalla nicchia in trompe-l’oeil. Insomma, ti viene incontro, sembra voler conversare con te. E poi l’introduzione: di chi era? Proprio del prof. Guglielmo Gorni. Vi si aggiunge un commento a cura di Luca Carlo Rossi, molto esaustivo, per essere in un’edizione economica, pensata prima per la lettura e poi per la consultazione.

Calvino
Un libro biblioteca, o un libro città. Uno di quelli che puoi attraversare, con strade, piazze, vicoli. Sostare o andare avanti.
Perché Leggere i classici, è vero, è una raccolta postuma ma contiene veramente tutto Calvino, tutto quello che amava della letteratura, gli stimoli che lo hanno portato a diventare lo scrittore che è stato.
Anche questa è stata una scoperta degli anni universitari; con quella copertina che riproduce Contrappunto XIV di Fausto Melotti, che è tutto meno che classica; è lo scarto, la stranezza, che restituisce bene il fascino di questo libretto.
Del resto, classico per Calvino non vuol dire vecchio. Anzi.
Graficamente non ci poteva essere scelta migliore.

Capuana
Il Marchese di Roccaverdina fu un’illuminazione, abbagliante come la luce del quadro di Lojacono che campeggia nella copertina Oscar Classici (1991).
L’ho letto sempre durante i miei anni universitari e l’illuminazione principale fu che oltre Verga, oltre il verismo di Verga, c’era anche un verismo pieno di passione, di follia e di un pizzico di fascinazione per l’occulto e l’irrazionale.
Il verismo di Capuana.
Così, un po’ magicamente, un autore che da bambino ero abituato ad associare alle fiabe – a casa mia c’era una raccolta dal titolo Capriccetto e altre fiabe (curiosamente sempre Mondadori, 1966) – si rivelò un grande romanziere.
Uno di quelli che poi nelle storie della letteratura finisce oscurato dai primi della classe e allora passa nella categoria “piacere del bibliomane”, quei piaceri che conosciamo in pochi e custodiamo gelosamente.

Cassola
Leggere Carlo Cassola anche è un piacere. Un piacere simile a quello che si vive quando si vede un bel film, semplice, lineare ma che cela comunque, al di sotto della superficie, per chi sa guardare, un mondo.
Carlo Cassola è uno di quegli scrittori multistrato; rimane comunque accessibile a tutti ma ognuno ci troverà qualcosa di speciale, qualcosa di diverso.Nella sua scrittura conta molto il non detto o per dirla con il cinema il fuori-camera.Se dovessi scegliere una sua opera, sceglierei Una relazione. Letto, consumato, amato.
Nell’edizione Oscar Moderni (2017) la copertina e il suo interno – sì, gli Oscar Moderni, perlomeno quelli usciti a ridosso degli anni ’20, hanno un format particolare di copertina: copertina e interno “comunicano” in un continuum grafico; l’angolo in alto a destra della copertina è tagliato scoprendo la scritta Oscar Moderni – sono affidati a Couple di Jasper Puczel.
Due persone che per un attimo si sovrappongono, una copre l’altra ma non completamente, hanno due direzioni diverse; si stanno incontrando o si stanno allontanando.
Non lo sapremo mai, o forse sta proprio a noi deciderlo.
Così, Una relazione è storia di un incontro o storia di un addio.
I grandi non danno risposte, sta a noi riempirne i silenzi.

