Il contadino Gené di Giovanni Arpino e Michele Boschino di Giuseppe Dessì: la memoria della civiltà contadina in due romanzi da riscoprire

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Il contadino Gené di Giovanni Arpino
“Il contadino Gené” di Giovanni Arpino

Attraversando la nostra amena e lunga storia letteraria, si incontrano spesso scrittori che hanno narrato la nostra civiltà contadina.
Un amore, non so quanto ricambiato ma sicuramente sincero; un amore andato avanti anche quando era bello che finito, con gli scrittori lì a raccontarla mentre quella vita ormai era un vecchio ricordo, alle pareti di qualche museo.


Il contadino Gené di Giovanni Arpino

Qualche tempo fa mi è capitato di rilevare un po’ di libri da una biblioteca scolastica in dismissione.
Tra questi mi è balenato davanti un titolo: Arpino, Il contadino Gené.
Un volumetto di quelli pensati per la narrativa scolastica e fioriti a partire dagli anni ’60 con la scuola media unica; l’edizione è dell’82.

Il libro è pensato e scritto proprio per i ragazzi, preceduto da un’intervista all’autore e corredato da foto sugli strumenti e gli attrezzi contadini.
Vi si racconta una giornata di un contadino qualunque ma l’operazione va al di là di questo; è meramente ideologica e nostalgica: la vita contadina vera è quasi perduta e per questo va custodita e trasmessa ai ragazzi: insomma, guardate com’era la vita qualche tempo fa, un tempo “di fiaba”, lontano dall’oggi, secondo le stesse parole dell’autore:

«Ma mi viene anche un fiero dubbio: il vero, reale contadino, non è già fiabesco rispetto alla civiltà in cui viviamo? Ho deciso così di raccontare passo passo una vicenda umana, che in qualche misura è anche favolosa per gli aspetti della vita contadina com’era ieri, e come lo è ancora in briciole sparse della nostra Italia, che dimentica di essere figlia di contadini, di “quei” contadini».

Alla fine di ogni capitolo, come in ogni libretto pensato dalle case editrici per le scuole, per fortuna non c’è il solito profluvio di domande: “ti piacerebbe passare del tempo in campagna?” o “A cosa serve lo strumento agricolo citato nel testo a pag. 19?”; compare però un’austera appendice tecnica intitolata “Vecchie e nuove frontiere dell’agricoltura”.


Letteratura e nostalgia del mondo contadino

Insomma, già il testo di Arpino è un po’ un esercizio da laudator temporis acti, cosa che almeno una volta nella vita ai letterati piace fare (per tacere qui di quelli che lo fanno per tutta la vita) e, per carità, glielo perdoniamo; i curatori però ci hanno messo il carico da novanta, facendo del paratesto un’amplificazione di un testo che tutto sommato rimane nel suo, semplice semplice come il personaggio descritto.

Mi sono chiesto: davvero ad inizi anni ‘80 si era così nostalgici del nostro passato contadino?


Dessì e Sgorlon: scrittori riscoperti tra le bancarelle

Girando per le bancarelle o per le librerie dell’usato mi sono accorto che riaffiora il sommerso: avete presente quegli scrittori un tempo in auge e che il tempo e l’industria culturale e editoriale italiana, che corre corre, chissà dove poi, ha seppellito?
Come detriti trasportati dalla corrente si ritrovano nelle librerie dell’usato, nei punti bookcrossing, nelle bancarelle.

Ebbene, due autori si trovano sempre. E quando dico sempre, dico sempre: o l’uno o l’altro o entrambi.
Segno che sono stati letti molto e poi accantonati dai figli e dagli eredi: Carlo Sgorlon e Giuseppe Dessì.

Entrambi dovevano essere cavalli di battaglia importanti per la Mondadori che li stampava.
Di Dessì ho intercettato innumeri copie di “Paese d’ombre”, vincitore del premio Strega, AD 1972.
Di Sgorlon ho perso il conto dei romanzi, in varie fogge che ho trovato e che quasi sempre ho comprato.


Un ritrovamento tra i libri di campagna

Qualche tempo fa mi chiama un’amica che stava ristrutturando una casa ad Oriolo, nella campagna romana, dicendomi che in cantina c’erano diversi libri del nonno e se mi potevano interessare.
Non me lo sono fatto ripetere due volte e mi sono fiondato.

A Roma basta poco. Ci si allontana dal centro ed è facile trovarsi in campagna, quella campagna che riconosci subito perché mancano i palazzi stretti e l’aria la senti, eccome, se la senti.
La mia felpetta di cotone che qualche chilometro prima mi faceva sudare ora bastava a malapena a coprirmi dal vento.

In quella cantina, tra libri vecchi, tra cronache di briganti della Maremma, ho ritrovato Dessì e Sgorlon.
Di Dessì, in particolare, il famosissimo “Paese d’ombre” e ben due copie di “Michele Boschino”.
Non una ma due.

È una cosa che noi bibliomani facciamo poco, anche se sembrerebbe strano. Evidentemente il libro piaceva al nonno della mia amica oppure qualcuno glielo aveva regalato nonostante lui ne avesse già una copia.

Mi ha colpito il fatto che una fosse la prima edizione nella collana Mondadori “Scrittori italiani e stranieri”, hardcover rilegato (1975; il romanzo uscì in origine nel 1942); l’altra invece una copia in edizione tascabile più tarda (anni ’80, al più inizio anni ’90).

“Michele Boschino” di Giuseppe Dessì

Michele Boschino di Giuseppe Dessì
“Michele Boschino” di Giuseppe Dessì

Incuriosito ho preferito cominciare a leggere Dessì da qui, da quel romanzo che il nonno possedeva in due copie.
Cosa ci sarà in quel romanzo da far sì che in una casa di campagna con i libri adatti al luogo ve ne fossero due copie?

E, sì, in quel romanzo c’è qualcosa che ti rimane dentro e mi piace pensare che fosse così anche per il nonno della mia amica.
Un personaggio che vorresti non abbandonasse la scena: Michele Boschino, un contadino, un uomo semplice le cui vicissitudini rasentano la normalità piatta ma raccontate con quella semplicità e quella dimensione da orizzonte chiuso che fa sì che saranno pure insignificanti agli occhi della Storia ma non vorresti mai smettere sentirle raccontare perché comunque sono un piccolo pezzo di umanità.

Sono piccole vicissitudini che in quell’orizzonte piccolo e conchiuso guadagnano di profondità: un amore giovanile sbagliato e dal quale la famiglia e l’“amabile” pressione sociale del Paese lo distolgono, la pace con gli zii con cui il padre prima di lui aveva litigato, ovvero quelle “sane” faide di famiglia che nei Paesi possono durare decenni, un nuovo matrimonio con una ragazza che viene “da lontano”…

Finché Michele è in scena, immobile e lento nel suo tempo, fermo e uguale, come la campagna, non vorresti che il romanzo finisca.
Poi Dessì come spesso capita agli scrittori un po’ in vena di “fenomenite” ribalta il punto di vista e vediamo entrare in scena un giovane borghese che posa il suo sguardo su quella che per lui è una vicenda marginale, quella di Michele, con occhi distaccati e poco accorti; la sintesi tra i due sguardi però non si compie e non so cosa sia sfuggito al grande scrittore sardo.

Forse semplicemente intendeva farci proprio apprezzare come quelli che sono piccoli-grandi eventi, visti da parte di chi è ad esso estraneo siano solo piccoli e basta.
Anzi, insignificanti. Tanto che la vicenda di Michele si spegne nel silenzio e ci appare lontana.
Alla fine, anche l’interesse del lettore pian piano sfuma.


Conclusione: la bellezza dell’imperfezione

Non esistono romanzi perfetti. E forse più si legge, più si diventa esigenti.
È il gioco della critica, bellezza. E se ti leggeranno, bene; se scriveranno di te, anche per criticarti, meglio.

Ho amato questo libro nonostante tutto.
E ringrazio Dessì per averlo scritto e il signor Arturo per avermelo fatto scoprire.

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