La caduta dell’Impero Romano: due libri per capire la decadenza

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La caduta dell’Impero Romano: due libri per capire la decadenza

Il fascino eterno della decadenza

Un tema che ciclicamente ritorna come le maree, quello della caduta dell’Impero Romano. Ci richiama, nonostante i secoli, perché la decadenza ha il suo indubbio fascino: la bellezza che sfiorisce e a poco a poco trascolora; l’immagine del tramonto da sempre collegata all’occidente che è per antonomasia, da Nietzsche in poi, il regno di ciò che lentamente muore.
Basterebbe citare il Verlaine di “Je suis l’Empire à la fin de la décadence”; e poi il Decadentismo di Huysmans, nei cui romanzi sciorinare nomi di oscuri autori tardo-antichi è la ricetta per distinguersi dalla massa.

Oggi torniamo a interrogarci su quel periodo perché semplicemente vi troviamo analogie col nostro mondo.

Vivere nella decadenza contemporanea

Sono convinto che, vivendo noi oggi in un’epoca di decadenza — io, poi, vivo a Roma, che è una città in eterno declino, un grandioso, interminato declino — per noi è più facile cadere nella rete del “decline and fall”, insomma, della febbre da impero in decadenza.
Ecco, quindi, due libri per chi vuole cominciare ad avvicinarsi al tema.

Due prospettive sulla fine di Roma

Si potrebbe cominciare la vostra “sbronza da tardoantico” con due libri antitetici: prima, La caduta di Roma e la fine della civiltà di Bryan Ward-Perkins (Ed. Laterza) e poi Il mondo tardo antico di Peter Brown (Ed. Einaudi).

La visione catastrofista di Bryan Ward-Perkins

La caduta di Roma e la fine della civiltà Bryan Ward-Perkins

Il primo volume è figlio della tradizione inglese che data fino al classico di Gibbon, capostipite della questione: la linea è quella catastrofista, per cui della civiltà romana nei secoli V e VI si perdono le tracce e si assiste ad un imbarbarimento dell’arte e della qualità materiale dei manufatti; le migrazioni di popoli del V secolo sono lette come caotiche invasioni dai danni irreversibili.

Diciamo che le prove archeologiche portate da Perkins sono abbastanza circostanziate per la situazione della Britannia, dove l’impero ormai sotto Onorio aveva già avviato una sorta di Brexit tardoantica; in altre regioni, la transizione fu più lenta e i punti di continuità molto più accentuati.
Da questo punto di vista il libro affronta solo un pezzo del puzzle con la volontà, però, di farne l’esempio per tutta l’area europea.

La lettura del tardoantico di Peter Brown

Il mondo tardo antico Peter Brown

Quello di Peter Brown è invece il vero festival del tardoantico, categoria storiografica che guarda alla continuità di istituzioni e fenomeni sociali nel passaggio tra III e VI secolo; semmai, la vera e propria cesura è da riconoscere nell’orientalizzazione imposta nei territori occupati dagli Arabi.

Il fenomeno globalmente ha connotati moderatamente concilianti e positivi: vi si parla di termini come “salutare decentramento” e di “rafforzamento delle radici locali”.
Non viene riconosciuto al cristianesimo il ruolo decisivo di imperium killer ma sicuramente Brown prende atto della centralità guadagnata dai vescovi, con il potere imperiale a inseguire e a piegarvisi per sopravvivere, soprattutto con Teodosio I.

Il volume di Brown è sbrigativo ed epidittico, ma lo dico in senso positivo, ha quel fare anglosassone, che nella storiografia non sempre guasta.
Il quadro che offre, comunque, è abbastanza completo, coprendo società, religione e vicissitudini politiche fino alle soglie del VII secolo.

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