
Il viaggio di Giorgio Manganelli in India, raccontato in Esperimento con l’India, scaturisce inizialmente da una volontà del tutto giornalistica: abbandonare l’Italia per gettarsi nel continente indiano come corrispondente del giornale «Il Mondo». Siamo nel 1975. L’esordio del viaggio non ci pone subito a confronto con la realtà del paese. Nelle prime pagine Manganelli rievoca il suo viaggio sull’aereo. Una sorta di stanza dei ricordi, nella quale confluisce l’idea dell’India che emerge dagli scritti degli altri, quelli canonici, quelli che hanno letto tutti. È inevitabile quindi che emerga il confronto con Siddharta. Il romanzo di Hermann Hesse, fin dagli esordi italiani proprio per i tipi di Adelphi Edizioni, editore storico anche di Manganellli, ha incarnato quell’idea di India che ha travalicato i confini della pagina scritta, diventando quasi una vulgata: è l’India totalmente spirituale, del tutto assoluta, l’India di filosofi, dove è del tutto assente la dimensione concreta, materica, corporea. In Siddharta «si muore vicino a fiumi allegorici, e in generale si sente dovunque un profumo struggente di legno di sandalo»1.
L’India spirituale di Hesse e il rifiuto di Manganelli
Un regno dell’astratto, valido però solo per contesti sorvegliati, ovattati. Siddharta per Manganelli è lettura da aereo; una volta scesi, quel modello va abbandonato per palese inadeguatezza. Quella di Hesse è un’India dell’anima e non è questa che l’intellettuale milanese sta cercando.
Il lavorio critico, la rassegna di autori che egli traspone nelle prime pagine di Esperimento con l’India (Adelphi, Euro 10) servono come a fare tabula rasa; una sorta di esame di coscienza: “che reminiscenze ho io dell’India? Cosa c’è nel mio corpo di indiano?”, sembra chiedersi lo scrittore. E la menzione del corpo non è casuale: Manganelli, professore in trasferta, affronta il viaggio indiano per cogliere la verità dell’India e per lui verità non si scinde dalla dimensione corporea dell’uomo. L’India potrà anche essere la patria dell’assoluto ma il nostro autore mette le mani avanti: «mi muovo a disagio sulla mia poltrona, e mi dico, mi confesso che io vengo da un continente dove da tempo di Assoluto non se ne produce più»2. Questa dimensione, slegata dal qui e ora, viene quindi accantonata ma il motivo è di natura linguistica: l’India è la patria del vero Assoluto, noi ne siamo lontanissimi e abbiamo quasi perso la capacità di raccontarlo. Una strada ormai impossibile da percorrere; Hesse lo ha fatto ma, secondo Manganelli, ha restituito un’India che non esiste, sconfessata da quella vera.
Lo sporco originario: il corpo e la materia dell’India reale

Non a caso, tanto pulita l’India astratta di Hesse, tanto sporca appare a Manganelli l’India vera, di «quello sporco originario, aurorale, quello sporco che abbiamo tradito»3. È lo status imperfetto dell’uomo, la sua compromissione con la corporeità, di cui spesso ci dimentichiamo. Lo sporco dell’India agisce a squarciare il velo su quanto viene rimosso.
Scorrendo le pagine del libretto, anche per il Manganelli, autore altrove distaccato e amante del labirinto, l’India si presenta come una sfida, come un libro di difficile comprensione e per di più in una lingua diversa, di cui magari si conoscono solo alcuni vocaboli.
Il professore però non accusa lo choc, intende l’India e sembra cogliere il viaggio come occasione per capire o almeno portarsi al limite della massima comprensione possibile di un luogo che, per noi occidentali, è l’altrove per eccellenza.
Il tempio di Padmanabha e il labirinto del sacro indiano
Di fronte all’affastellarsi di simboli, di dei, di semidei, dinanzi a quel labirinto di senso, dinanzi al quale uno spettatore di inizio secolo come Guido Gozzano aveva saputo opporre solo la sospensione della parola e del giudizio, Manganelli si pone con il distacco dell’accademico erudito chiamato a risolvere un enigma, il famoso mistero dell’India. Lo fa consapevole che in questa sfida la componente ludica ed ironica non deve mancare, quasi questa possa essere il solo armamentario possibile per uscirne vincitore. Vi basti leggere la descrizione del tempio di Padmanabhaswamy Temple nella città di Thiruvananthapuram:
«A Bombay avevo visto templi che avevano l’aria di disordinati lunaparks per dèi, o depresse bidonvilles numinose; […] a Goa avevo visto templi a cortile, con una dignitosa garitta, off limits, per gli dèi […]. Ma qui è un’altra cosa. Mi dicono che questo tempio è altamente tipico, e tanto vale che lo guardi con attenzione. L’aspetto esterno mi dice che sono in un altrove tra gli altrove di cui è fatta l’India. […] Questi scultori ignorano l’aria, lo spazio, la scansione: la densità è quella del caos, ma l’ordine militaresco, maniacale. Il mondo indiano mi presenta quell’edificio inimitabile e impenetrabile che ho già sospettato nel museo di Bombay»4.
L’ossimoro come chiave di lettura dell’India di Manganelli
Manganelli quindi mette in campo i suoi strumenti, la sua fecondità lessicale, il gusto per il pastiche, per il gioco di parola, la sua inventiva per squarciare l’incomprensibile. L’India è contraddizione, è sfida alla logica e qui il professore vi si lancia con il puntiglio e la passione che non gli mancano. Il far cozzare in modi sempre più arguti i contrari, quel placido convivere dei contrasti costituiscono una frontiera al limite dell’indicibile, una barriera che trattiene l’occhio occidentale dalla comprensione. Per questo Manganelli è chiamato a portare la lingua su una nuova dimensione, portarla al massimo dello sforzo: nello scritto egli si appella alla forma retorica dell’ossimoro, cangiante, callida junctura che in Esperimento con l’India diventa modalità sistematica di lettura del palinsesto indiano. In una pagina dedicata a Mumbai si legge che la città appare, con le sue vite piene di povertà, «benevola consigliera di catastrofi e suicidi»5.
L’esempio dà modo di far luce su un’altra evidenza della realtà indiana vista attraverso gli occhi di chi viene da lontano: la convivenza intimamente ossimorica tra la vita e la morte. Il legame intrinseco tra le due dimensioni in India è scoperto, evidente, con il suo portato paradossale: il piacere e il dolore abitano gli stessi angoli, quasi non si distinguono l’uno dall’altro. Manganelli elegge Bombay come capitale spirituale di questa India che scandalizza lo sguardo dell’Occidente:

«Qui vediamo la capacità indiana di vivere insieme la decadenza, le muffe, le malattie, il piacere, le piaghe. Ciò che per noi è l’abominio del corpo fatto anonimo e collettivo. […] Se ne esce con occidentale sgomento»6.
Dolore, dolcezza e l’impossibilità di raccontare l’India
Di quel dolore, di quel vivere il corpo in modo collettivo, come in un teatro che è il mondo, l’Occidente ha smarrito il senso; lo stesso dolore, che sembriamo conoscere, va letto in un’ottica diversa; gli occhiali dell’individualismo vanno dismessi:
«I segni della malattia e della miseria non sono “sventure”: vengono da lontano, vanno lontano; migrano da vita a vita […]. E quella assenza di pietà individuale faceva del mondo indiano un luogo tragicamente impervio, pervaso da una drammatica, incomunicabile dolcezza»7.
Incontriamo così, in questa prospettiva eternizzante il carattere della dolcezza, già individuato da Pier Paolo Pasolini come elemento imprescindibile dell’identità indiana, eppure sfuggente a noi visitatori esterni. «Incomunicabile» in questo contesto vale sia come amplificazione che come constatazione dell’impossibilità di una sua adeguata predicazione.
Quello del Manganelli di Esperimento con l’India è il tentativo di un letterato che si misura con un linguaggio che non è il suo, con tutte le conseguenti limitazioni del caso, con la consapevolezza che quanto scritto in quelle brevi prose non può essere esaustivo ma tuttavia necessario. Nessun occidentale riuscirà mai a comprendere e a predicare l’India: il testo manganelliano è attraversato costantemente dalla misurazione di questa impossibilità. Allora, queste prime visioni indiane saranno servite solo a “rompere il ghiaccio”, ad abituare l’orecchio vergine a suoni nuovi, sconosciuti. Solo dopo questa necessaria fatica, si potrà parlare finalmente dell’India e trasmettere ciò che di grande la terra indiana promette. Quel salto avverrà ma non in queste pagine. Quello di Manganelli alla grande madre India è solo un arrivederci: «forse è ora di cominciare ad occuparsi dell’India».
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