
Un libro di poche parole e molta intensità
«Cronaca familiare» di Vasco Pratolini è uno di quei libri di poche parole, di parole soppesate. È un libro personale, troppo personale, forse imperfetto ma di un’imperfezione voluta.
Mi ricorda un po’ l’“Incompiuta” di Schubert. Incompiuta solo sulla carta. O la Pietà Rondanini.
Una rievocazione intima
Veloce come la sua stesura, è una rievocazione fatta alla luce della lampada notturna. E così è giusto che nella forma sia rimasto.
Ogni parola è necessaria e in questi bozzetti vediamo un ritratto in divenire. Un legame che si stratifica come il colore della pennellata in uno di quei quadri che nei musei o nelle mostre ci piace vedere da vicino.
È una storia unica, irripetibile, strettamente personale e questo risalta anche nella lingua, in quel toscano di prima metà del Novecento, fortemente connotato nel tempo e nel luogo e che si raggruma particolarmente attorno alla figura della nonna, con le sue “buccole”, con i suoi capelli “a cercine dietro la nuca”.
Un libro come una vecchia foto
Insomma, un libro che non fa nulla per avvicinarsi a noi e che ingiallisce fieramente come una vecchia foto ritrovata in un cassetto. Ci perturba un po’ all’inizio ma poi l’unica cosa che vorremmo è chiudere gli occhi e sprofondare in quello sfondo in bianco e nero.
