Il “DISCORSO SOPRA LA BATRACOMIOMACHIA” di Giacomo Leopardi. Gli esordi di un giovane traduttore.

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Giacomo Leopardi

La prima traduzione leopardiana

La prima traduzione leopardiana della Batracomiomachia pseudo-omerica risale al 18151; la accompagna un breve scritto teorico, come era prassi per il giovane traduttore: il Discorso sopra la Batracomiomachia. Subito colpisce, rispetto alle coeve Poesie di Mosco, una dichiarazione esplicita: discostarsi dalla lettera del testo originale per dare un’autonomia alla propria traduzione.

La fedeltà filologica, per la prima volta in questo scritto giovanile, smette di essere vincolo per farsi impianto generale nel quale si possano permettere alcuni margini di libertà. La nuova direzione è esemplificata dall’equidistanza con cui Leopardi si pone rispetto ad esempi di massima fedeltà ed ad esempi di traduzione libera:

«Tradussi non letteralmente come il Lavagnoli, ma pur tradussi, e fui ben lontano dal fare un nuovo poema, come Andrea Del Sarto. Cercai d’investirmi dei pensieri del poeta greco, di rendermeli propri, e di dar così una traduzione che avesse qualche aspetto di opera originale e che non obbligasse il lettore a ricordarsi ad ogni tratto che il poema, che leggea, era stato scritto in greco molti secoli prima».2

È evidente che Leopardi sentisse il poemetto come un terreno fertile nel quale immettere innovazioni personali, l’occasione per trovare una sua voce da sovrapporre a quella del poeta antico.


L’innovazione e la filologia

L’innovazione però viene condotta sempre accompagnata da un’analisi filologica del testo e da quella partendo come presupposto; paradossalmente il Discorso è sì il primo scritto in cui il traduttore Leopardi apre alla possibilità di abbellire ed adornare il testo d’arrivo ma anche uno dei più filologicamente a fuoco. Come a voler poi dimostrare, con la traduzione stessa del poemetto, che indagine filologica e bel tradurre possano convivere.

L’intuizione filologica che rende questo scritto lungimirante e prezioso riguarda la datazione del piccolo testo: Leopardi nega in modo deciso l’attribuzione ad Omero e lo colloca cronologicamente nell’età alessandrina. La prova viene trovata nella dipendenza che la sezione del viaggio dei due animali attraverso lo stagno avrebbe nei confronti del secondo idillio di Mosco, dedicato alle vicende di Europa.

Su questa intuizione filologica rimane valido il giudizio di Timpanaro:

«L’argomento non è probativo, perché mancano tra i due passi analogie strette di espressione, citazioni o “allusioni” in senso pasqualiano, e si può quindi sempre supporre che, invece che all’idillio di Mosco, l’autore della Batracomiomachia s’ispiri a qualche svolgimento anteriore del mito di Europa. Tuttavia l’accostamento è acuto, ed è interessante per quei tempi il tentativo di datare un’opera in base a un indizio formale».3

Un terreno fertile per il giovane Leopardi

la batracomiomachia di omero

Il piccolo poema inoltre doveva presentarsi con tutti i crismi della sfida stimolante per il giovane traduttore: un testo che non nasce nella grande tradizione antica ma che ci è arrivato nell’alveo del corpus del primo poeta conosciuto; un testo in cui la tendenza all’accumulo delle citazioni dell’Omero maggiore è spesso difficile da gestire per chi si accinge a tradurlo.

Eppure il piccolo testo si rivela, ad un veloce spoglio delle traduzioni dal XV secolo ai tempi di Leopardi, uno dei testi più tradotti. Non si tratta quindi di una scelta originale e stravagante in sé; ad aver spinto il giovane conte alla traduzione del poemetto pseudo-omerico deve essere stata una familiarità col testo4, tale da potergli permettere quelle libertà sopra annunciate, ma anche la consapevolezza di immettersi in una “tradizione di traduzioni” che non sarebbe di certo cessata con lui.

L’ambizione di proporre un nuovo approccio ad un testo quasi di moda nel secolo a lui precedente ed anche in quei primi scorci di Ottocento, credo abbia giocato un ruolo importante nella concezione e poi nella prassi di questa traduzione.


Il ruolo del metro

In questa ottica, un nuovo ruolo è demandato anche al metro che il traduttore adotta: la scelta del metro non deve imbrigliare lo spirito dell’originale cambiando di fatto il genere letterario di appartenenza; deve essere semmai in linea con quanto il testo antico esprime, tenendo conto delle opportunità che la lingua di arrivo offre.

Non è un caso che nel Discorso vengano citate ben tredici traduzioni, la maggior parte delle quali chiamate in causa proprio per un confronto del metro e legittimare la scelta leopardiana, quella della sestina di endecasillabi:

«Il Marsupini avea adoprato il verso esametro italiano, forse perché il maggior ridicolo del poema consistesse nel metro; il Ricci le sestine anacreontiche, quasi la Batracomiomachia fosse un’ode, o una canzone; il Summariva e il Lavagnoli le terzine, che danno alla Batracomiomachia l’aspetto di un Capitolo del Fagiuoli, o del Berni. Il Dolce e Giovanni da Falgano si servirono dell’ottava rima, ma per le difficoltà che porta seco questo metro, le quali probabilmente mi avrebbono obbligato a comporre piuttosto che tradurre, o a servirmi di rime stiracchiate che io abborro come nemiche capitali della bellezza della poesia, e del piacere dei lettori, lo abbandonai, e scelsi le sestine endecasillabe, dei vantaggi delle quali, dopo l’uso felicissimo che hanno fatto di loro parecchi poeti, e singolarmente l’Ab. Casti, non può più dubitarsi».


Le traduzioni a confronto

Oltre questo passo riepilogativo, sono tre le traduzioni su cui Leopardi si sofferma più diffusamente, individuandole tra i tanti precedenti come gli esempi più lampanti di cosa la sua traduzione non vuole essere; nel Discorso sopra la Batracomiomachia quanto nel Discorso sopra Mosco la sua teoria traduttiva procede per negazioni.


La traduzione di Andrea Del Sarto

L’esempio di “bella ma infedele” che Leopardi individua all’interno della fiorente tradizione di versioni italiane del poemetto reca il nome di un autore non convenzionale: il pittore Andrea Del Sarto. Poco ortodossa è anche la sua diffusione: «poema in ottava rima, diviso in sei canti, e recitato in sei sere consecutive nel 1519 all’Accademia del Paiuolo in Firenze», viene stampato solamente nel 1788 da editore fiorentino anonimo.

Vi viene premesso un avvertimento di Francesco Redi, letto e studiato da Leopardi proprio in occasione della stesura del suo Discorso e sul quale si basano buona parte delle sue conclusioni di traduttore diciassettenne. Non è casuale che la traduzione di Del Sarto sia stata riscoperta solo nel XVIII secolo, dal momento che in quel secolo fiorirono le traduzioni dall’antico, accompagnate da un notevole dibattito teorico.

Con quella del Lavagnoli, di cui diremo più ampiamente dopo, quella di Del Sarto è la traduzione su cui Leopardi si sofferma di più nel Discorso, facendone un esempio di traduzione libera, un modello da evitare.

La traduzione di Del Sarto diventa quindi nella prosa leopardiana un polo negativo dal quale discostarsi; effettivamente si tratta, più che di una traduzione, di una vera e propria riscrittura, in cui abbondano le ottave distanti dal testo originale, e dedicate all’occasione conviviale in cui il testo è stato recitato.

Quello che Leopardi si prefigge di delineare nel suo scritto introduttivo è infatti l’ideale di una traduzione che non deve né essere troppo servile e letterale, né troppo libera, mantenendo una sua autonomia dall’originale.

la batracomiomachia di omero - lavagnoli

La traduzione di Antonio Lavagnoli

Come pietra di paragone di segno opposto a quello di Del Sarto, Leopardi individua la traduzione del veronese Antonio Lavagnoli, che, anche in virtù dei giudizi positivi del Rubbi, assurse allo status di traduzione esemplare del poemetto.

Stampata per la prima volta a Venezia nel 1744, la versione del Lavagnoli venne ristampata una seconda volta a Verona nel 1788 e poi, a testimonianza dello statuto raggiunto, venne raccolta, insieme alle traduzioni omeriche del Pindemonte e dello Strocchi, in un volume della Collana de’ poeti greci dell’editore Tommaso Masi (Livorno, 1805).

Lo stesso volume, in una successiva ristampa maceratese, si trovava nella biblioteca Leopardi. Sebbene l’edizione presente nella biblioteca di Monaldo fosse del 1825, quindi troppo in là per essere letta dal giovane Giacomo del Discorso sopra la Batracomiomachia, la fortuna della traduzione del Lavagnoli appare in questo scritto come una questione su cui Leopardi sente il dovere di intervenire.

In buona parte tutta l’operazione culturale della sua versione del poemetto sembra scaturire dalla volontà di scalfire la fortuna di quella traduzione che rappresenta agli occhi di Leopardi forse l’esempio più lampante di ciò che egli voleva evitare.

L’intenzione di propugnare un modello di traduzione nuovo che contemperi la fedeltà al testo e le giuste aspirazioni di autonomia dall’originale fa quindi allontanare Leopardi dal modello rappresentato da Lavagnoli.

Per questo, forse, più che per l’effettiva pochezza della traduzione, il giudizio leopardiano è molto severo:

«questa, a dir vero, non è che una fredda e quasi letterale interpretazione del testo greco, fatta coll’originale e col Rimario alla mano, in versi poco eleganti, e con rime stentate e spiacevoli. Leggendone il primo verso senza saper nulla del titolo, si conosce tosto che esso appartiene ad una traduzione, tanto questa è lontana dall’aver l’aria di un componimento originale. Insomma la traduzione del Lavagnoli, che pure, a giudizio del Rubbi, è migliore di tutte le versioni italiane dello stesso poema, e che questo scrittore chiama bellissima, a me par quasi al di sotto del mediocre».


La traduzione di Camillo Acquacotta

C’è un ultimo precedente a cui Leopardi dedica la sua attenzione nel Discorso: la traduzione di Camillo Acquacotta, comparsa a Matelica nel 1802. Il volume era presente nella biblioteca leopardiana; si tratta forse della versione italiana che per prima il giovane poeta ha potuto consultare; il suo giudizio nei confronti di questa prova traduttiva è per questo abbastanza cauto.

Di base Leopardi esprime la sua approvazione ma individua delle mancanze che ne pregiudicano il confronto alla pari con le altre traduzioni fin qui citate, tanto che le parole dedicate all’Acquacotta sono confinate in nota:

«La nuova versione dello stesso poema del sig. Camillo Acquacotta […] è molto fedele, e contuttociò non servile, ed è composta di sciolti molto armoniosi, onde mi meraviglio che alla lima dell’autore sia sfuggito quel verso:
Ospite, del cibo tuo troppo ti vanti.
Ma un poema burlesco italiano senza rime, ha un gran difetto, o almeno manca di un gran pregio».

Le parole di Leopardi, pur evidenziando la fedeltà di fondo della traduzione, si soffermano sulla mancata traduzione di un verso; di fatto viene inficiata o, per lo meno, ridimensionata quella fedeltà cui Leopardi si era premurato di far subito riferimento.

Il verso in questione, inoltre, è tra i più caratteristici e famosi del celebre poemetto, quasi una sua epitome, ricorrendo in esso i due “ingredienti” della poesia dello pseudo-Omero, il valore bellico coniugato con le altrettanto grandiose descrizioni gastronomiche.

L’ultima riserva è di carattere metrico; come abbiamo detto, da buon traduttore Leopardi è consapevole dell’importanza della forma metrica in cui si rielabora il testo di partenza, in quanto quest’ultima ne influenzerà poi la fruizione.

E la scelta metrica appare tanto più centrale nel tradurre un poema le cui versioni italiane abbondavano fino a costituirsi ormai in un vero e proprio corpus tradizionale.

La traduzione di Acquacotta, storico antiquario, autore di una storia della città di Matelica, era un precedente regionale che Leopardi non poteva non prendere in considerazione. Questo suo giudizio potrebbe suonare come una parziale presa di distanza dal mondo antiquario della Marca, che aveva influenzato la sua prima formazione.


Conclusione

Concludendo, studiando le traduzioni che in limine hanno influenzato questa traduzione giovanile, si può cogliere meglio come la traduzione della Batracomiomachia sia stata nell’iter del Leopardi traduttore una tappa in cui la consapevolezza teorica ha trovato il modo di aumentare di pari passo allo studio filologico ed allo scrupoloso vagliare i precedenti esiti della tradizione.

Una palestra in cui affinare arti quali l’antiquaria, la filologia e la teoria della traduzione prima di salire la scala dello stile e confrontarsi con i classici del canone antico: l’Omero maggiore e Virgilio.

Glossario

BATRACOMIOMACHIA: Poemetto parodico in esametri di circa 300 versi; il numero varia a seconda delle edizioni critiche. Il testo racconta la guerra tra gli eserciti dei topi e delle rane, scatenata dall’uccisione del topo Rubabriciole da parte della rana Gonfiagote, mutuando lo stile grave dell’epica omerica ed applicandola alla piccolezza degli animaletti.

La tradizione ha attribuito ad Omero stesso questo breve poema; oggi la maggior parte degli studiosi sono d’accordo nel datarlo al I sec. a.C.

Bibliografia:

Andrea Del Sarto, La guerra de’ topi e de’ ranocchi. Poema eroi-comico, Firenze 1788 (ristampato a cura di Paolo Senna, edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2005).

Homero, La Batracomiomachia di Omero tradotta da Camillo Acquacotta, Matelica 1802.

Antonio Lavagnoli, Batracomiomachia greca, latina e italiana, Venezia 1744.

Giacomo Leopardi, Poeti greci e latini, a cura di Franco D’Intino, Salerno editrice, Roma 1999.

Sebastiano Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Laterza, Roma-Bari 1997.

 

[4] Il testo è presente in ben sette volumi della biblioteca paterna; due di questi sono provvisti di traduzione italiana.

 

  1. Sulla traduzione del poemetto pseudo-omerico Leopardi tornerà nel 1821 e nel 1826. ↩︎
  2. Leopardi, Discorso sopra la Batracomiomachia. ↩︎
  3. TIMPANARO (1997), p. 22. ↩︎
  4. Il testo è presente in ben sette volumi della biblioteca paterna; due di questi sono provvisti di traduzione italiana. ↩︎

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