
Terza liceo 1939 di Marcella Olschki (Sellerio editore) ci porta all’interno di una classe di liceo sotto il regime fascista. È una scrittura documentaria, diaristica, quotidiana, piana e vivace allo stesso tempo.
Un libro da rileggere e da ringraziare
Ogni volta che lo rileggo – qualche volta ho l’esigenza di rileggere questo breve libretto – ringrazio la fortuna, Dio, o chi per lui, che la Olschki abbia deciso negli anni ’50 di ricordare e di scrivere queste sue memorie. Visti i contenuti, non deve essere stato semplice, ma, come spesso accade, la scrittura cura e lenisce anche i dolori più grandi.
Tra le righe emergono quadretti ironici, pungenti, sarcastici (quanto basta) verso gli eccessi della propaganda di regime, ma anche il racconto, sentito e vibrante, del primo amore. Narrazioni entrambe godibili, complete, qualcosa, appunto, per cui ringraziare l’autrice all’infinito.
Confinare, però, Terza liceo 1939 nell’ambito della memorialistica significherebbe diminuirne la portata. Quella della Olschki è letteratura. Lo si nota nella sua lingua, dal dettato toscano, limpido ed elegante, nella rifinitura del lessico, bilanciato tra varianti più auliche, spesso associate ai professori, e insorgenze del lessico giovanile.
Il ritratto dell’istruzione sotto il regime fascista
Nel corso della lettura, sottilmente, l’ironia sfuma ed emergono le esperienze dell’autrice una volta finito il percorso liceale, e con loro un ritratto cupo di ciò che era l’istruzione sotto il regime, tanto più quando l’aria cambierà in seguito alle leggi razziali. Un’istruzione autoritaria, minacciosa, violenta; tutto quello che non vorremmo dalla scuola, anzi, forse tutto quello che per generazioni ce l’ha fatta odiare. Anche per questo leggere oggi le parole della Olschki conserva un significato speciale.
Terza liceo 1939 è un piccolo grande libro che racconta il fascismo dal banco di scuola, con una voce sincera, elegante e necessaria, ancora oggi attuale.
