Con gli occhi chiusi: trama e significato

Sinossi
Pietro Rosi è un giovane fragile e inquieto, figlio di un padre violento e di una madre affetta da disturbi nervosi.
Innamoratosi di Ghìsola, una giovane contadina bella e sensuale, Pietro vivrà con lei un rapporto tormentato, torbido, che lo porterà a dover fare i conti con quella realtà in cui ha a lungo vissuto “con gli occhi chiusi”.
Recensione e analisi
La borghesia e la figura del padre padrone
Il romanzo comincia con un quadro di borghese desolazione.
Domenico, oste e piccolo proprietario di campagna, ci viene presentato nell’atto di contare i soldi. È la figura del borghese avido che vede negli altri solo la potenzialità del profitto, pedine da far rientrare nel suo schema. Non gli interessa neanche minimamente della schizofrenia della moglie. Il suo podere viene amministrato da lui e solo da lui, minuziosamente, solo in funzione del guadagno. Nessun altro è al suo livello.
I personaggi secondari e il contesto sociale
Man mano ci vengono presentati gli altri personaggi: i due vecchi assalariati, Masa e Giacco, che vivono nella povertà più estrema, immersi nella superstizione e nel timore del chiacchiericcio della gente.
Poi, la nipote Ghisola che oscilla tra i voli pindarici del pensiero e l’indifferenza. La vita, con le sue vicissitudini, ne farà un personaggio che vuole emanciparsi con personalità, ma mai troppo abbastanza, mai troppo convintamente.
Eppure – cito:
«c’era in lei il presentimento e il senso di una vita che le montava in testa come la ricchezza e il lusso degli altri».
I personaggi e l’inconscio: la modernità di Tozzi
Con gli occhi chiusi è romanzo di personaggi inespressi, trattenuti, pigiati con forza in quelli che sono i cliché della società del tempo.
Così, i personaggi di Tozzi spesso sembrano prevedibili caricature, nient’altro che figurine. In realtà celano dentro di sé un mondo inconscio e torbido, che riemerge attraverso momenti di rivelazione, vere e proprie illuminazioni.
Gemme di scrittura attraverso le quali Tozzi si immerge nel mondo del rimosso e del non detto. Forse è stato il primo in Italia a sperimentare questo tipo di scrittura, a insozzare anche un po’ insolentemente la superficie imbellettata e borghese della prosa italiana di inizio Novecento. Sicuramente la critica, a ragione, glielo ha giustamente riconosciuto, anche se con il solito colpevole ritardo.
Si può citare, ad esempio, quel “geniaccio” di Cesare De Michelis:
«Con un drastico capovolgimento di prospettiva, insomma, il centro del racconto abbandona la scena della realtà e sprofonda nel profondo dell’anima, là dove nessun occhio può giungere a vedere, così quel che resta da raccontare son i segni che ne tradiscono i sussulti, le improvvise reazioni inconsulte, i “misteriosi atti nostri”…»1
Il ruolo degli animali e delle immagini violente
Spesso questo tipo di illuminazioni sono collegate agli animali e alle bestie. Sono questi un vero e proprio collegamento con l’inconscio, il link mancante tra il mondo di fuori e il mondo di dentro.
Un esempio ne è questo passo, in cui emerge improvviso il furore di Ghisola:
«Ma avendo preso, su un pioppo dove s’era arrampicata da sé, un nido con cinque passerotti, se lo mise su le ginocchia; e cominciò a riempire di briciole le loro bocche spalancate. Li voleva far crescere; ma invece le venne voglia di ucciderli, eccitata dal suo terrore. Qualcuno chiudeva gli occhi; un altro all’improvviso alzava le ali, e invece ricadeva; sotto, uno pigolava sempre di seguito. Allora, schiacciò con le dita la testa a tutti; e li cosse dentro il padellino del soffritto».
Pietro: il personaggio dell’inetto
Gradualmente, poi, nel corso del romanzo emerge il personaggio principale, quello di Pietro.
Il figlio di Domenico rappresenta tutto l’indefinito, tutta l’incertezza dell’adolescenza: è un personaggio che non sa ancora governare la propria vita, i propri sentimenti, la propria espressione come vorrebbe. È un costante indefinito per forza di cose, per mancanza di esperienza; è un debole in un contesto sociale e familiare in cui la debolezza non viene permessa, non viene ascoltata.
Schiacciato dal padre padrone che lo vorrebbe docile burattino. Basta poco, basta questa pressione perché la sua anima cominci a disfarsi:
«Quale umiliazione provava quando gli altri non rispettavano i suoi sentimenti e obbligavano la sua anima a disfarsi! Gli altri facevano di lui quello che volevano, e a lui si stringeva la gola dall’emozione. Arrossiva, si sgomentava; sentivasi perso. E nessuna cosa era adatta per lui: le strade troppo faticose, il sole troppo caldo, gli abiti tagliati male, le mani troppo grosse; affannandosi a non riflettere a ciò, di convincersi del contrario; stordendosi; mentre gli orecchi gli rombavano, e credeva di dover cadere da un momento all’altro».
Temi: repressione, identità e maschera
Il suo è, quindi, un continuo nascondersi, un continuo reprimersi, qualche critico ha detto freudianamente “castrarsi”.
Nella scrittura di Tozzi la figura dell’inetto appare già perfettamente letteraria, come in altri capolavori di inizio ‘900. Ci sono anche degli echi pirandelliani, quando, ad esempio, Pietro guarda la sua faccia e non è convinto che possa essere una maschera.
Ecco, è un personaggio senza maschera, con tutti i difetti che ciò comporta. Un illuso. Non si sa quanto consapevole di esserlo.
Conclusione: la modernità di Tozzi
La bellezza del romanzo, anche nella sua staticità d’azione, è proprio il cozzare dei due personaggi di Pietro e di Ghisola, l’illuso, il timido dentro la cui anima si scatena un mondo invisibile agli altri e la ragazza che il mondo ha reso anche fin troppo scaltra e corazzata, abile nel mettere e togliere la maschera a seconda delle esigenze.
Ma Pietro è un puro e anche Ghisola, abituata a fingere, entrerà in crisi.
Un romanzo sicuramente imperfetto – ricordiamoci che era un esordio per il giovane Tozzi – ma altrettanto efficace, gioiosamente nervoso nel suo turbinare, a ritmo sincopato, attorno ai poli magnetici dei personaggi.
La modernità di Tozzi penso stia proprio qui, nei tempi della narrazione, nei sommovimenti interiori, che in un modo del tutto personale e originale, ha saputo registrare.
Un sismologo dell’inconscio, delle cui cure e attenzioni abbiamo ancora bisogno.
Continua a leggere su Federigo Tozzi:
Federigo Tozzi: 6 opere da leggere (analisi dei romanzi principali)
Giovani di Federigo Tozzi: riassunto, analisi e recensione
Gli egoisti di Federigo Tozzi: riassunto, analisi e recensione
Il podere di Federigo Tozzi: riassunto, analisi e recensione
Tre croci di Federigo Tozzi: riassunto, analisi e recensione
Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi: analisi e recensione
Chi è Federigo Tozzi

Federigo Tozzi (1883-1920) è stato uno degli scrittori più intensi e originali del primo Novecento italiano. Con uno stile asciutto, quasi spoglio, e una sensibilità modernista, ha saputo raccontare con lucidità i drammi interiori dell’uomo, i conflitti familiari e l’alienazione sociale.
Le sue opere più note, come Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere, esplorano con profondità psicologica la solitudine e l’inquietudine esistenziale, anticipando tematiche che diventeranno centrali nella letteratura del secondo Novecento.
Ancora oggi, la sua scrittura colpisce per l’intensità emotiva e la forza evocativa.
- Cesare De Michelis, Moderno e antimoderno. Studi novecenteschi, Marsilio, Venezia 2021, pag. 143. ↩︎
