Il podere: trama e significato

Sinossi
Il giovane Remigio Selmi – impiegato delle ferrovie – torna al podere di famiglia per fare visita al padre morente. Qui viene a conoscenza di aver ereditato tutti i possedimenti terrieri. Questo, però, lo porta a scontrarsi in battaglie legali con la matrigna e l’ex amante di suo padre, che pretendono una fetta di eredità…
Recensione e analisi
Remigio: un protagonista silenzioso e represso
La forza innegabile de Il Podere (1921) di Federigo Tozzi sta in Remigio. Un personaggio interessante, come molti personaggi tozziani, che si esprime poco ma, allo stesso tempo, sottilmente nei gesti, nelle movenze, esprime tutto.
Paradossalmente è il personaggio principale ma a malapena parla, rimane sullo sfondo, e quando si lascia andare, lo fa solo attraverso tremori, balbettii, rossori oppure con sfoghi di ira, questi, sì, decisi e dirompenti.
Un grumo di sentimenti e un’eredità irrisolta
È un grumo di sentimenti repressi, di cui vediamo solo la superficie, fredda, impotente, appena scalfita dalla vita che gli gravita attorno.
Remigio sembra impotente e inerte verso gli avvoltoi che si precipitano sull’eredità del padre, un padre con cui lui non ha mai saputo risolvere quanto di irrisolto era rimasto in sospeso.
Gli “avvoltoi” e la bruttura borghese
Nel romanzo serpeggia anche il piacere sadico di Tozzi nel presentare di volta in volta questi avvoltoi, di soffermarsi su di loro con descrizioni dai dettagli inquietanti, se non repellenti.
Un vero e proprio tuffo nella bruttura, nell’avarizia borghese e non solo; gli avvoltoi sono, infatti, anche gli assalariati di Remigio, che non aspettano altro che il momento giusto per fregarlo.
Sono i tipici «personaggi tozziani immancabilmente deformati o imbruttiti come provocatori di stupore, angoscia e paura»1. Qui, forse, Tozzi, arriva al massimo splendore di questa sua pratica scrittoria.
Il podere come trappola: debiti e inquietudine
Remigio, erede inconsapevole, si troverà invischiato in un ginepraio di debiti, cause, querele, processi veri o minacciati.
Il podere stesso, invece di essere una scala che gli permetta di ascendere socialmente, quella che poteva essere una manna dal cielo, eredità precoce e in parte imprevista, è per lui solo un nuvolone nero di preoccupazioni e inquietudini.
Un costante mettere in dubbio, semmai ne avesse avuta certezza, quello che è il suo vero ruolo al mondo.
La metafora finale: il Male e l’assenza di salvezza
«Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c’era modo di mettere fuori la testa».
Alla fine, Il podere più che un romanzo verista, di cui ha solo l’aspetto esteriore e un vago retaggio nelle scene più rurali, è una grande metafora.
Il Male talvolta non ti lascia scampo; è una piovra che si mangia tutto: le cose, i possedimenti, le persone che ti stanno accanto.
Un romanzo amaro, senza luce, spietato fino all’ultima riga.
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Chi è Federigo Tozzi

Federigo Tozzi (1883-1920) è stato uno degli scrittori più intensi e originali del primo Novecento italiano. Con uno stile asciutto, quasi spoglio, e una sensibilità modernista, ha saputo raccontare con lucidità i drammi interiori dell’uomo, i conflitti familiari e l’alienazione sociale.
Le sue opere più note, come Con gli occhi chiusi, Tre croci e Il podere, esplorano con profondità psicologica la solitudine e l’inquietudine esistenziale, anticipando tematiche che diventeranno centrali nella letteratura del secondo Novecento.
Ancora oggi, la sua scrittura colpisce per l’intensità emotiva e la forza evocativa.
- Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1998, pag. 172. ↩︎
