
La scrittura cura. Ormai è una cosa assodata. La scrittura può raccontare la malattia e indicare la via, una via. Ne Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi, 2025) la neurodivergenza è raccontata senza filtri né sconti. In modo crudo e diretto; ed è forse l’unico modo possibile: sgualcire e poi strappare il velo dell’indifferenza.
Scrivere de Lo sbilico è tutto fuorché facile; il libro è, innanzitutto, un viaggio tra realtà e fantasia all’interno della mente di un neurodivergente.
La sfida quotidiana dell’accettarsi
Nella sfida quotidiana di accettarsi, nel rapporto, problematico e vitale, con gli altri. Sfide che si esprimono nella vivacità e nella creatività della lingua, che ricerca vocaboli astrusi e che deraglia spesso dai binari consueti del minimalismo contemporaneo.
Come se dalla lingua passasse la propria identità che coincide con quella di scrittore.
Cosa rimane dentro di questo libro? Rimane per esempio l’importanza, la caratura delle parole. Sono queste che creano nel protagonista scatti e reazioni; le parole non sono mai normali o leggere, tanto meno neutre.
L’io come gabbia e come forza narrativa
Anche se il richiamo a una categoria generale ricorre spesso – Pierantozzi parla di «noi matti» – Lo sbilico rimane agganciato, abbarbicato alla gabbia dell’io. E come questo limite tra mania e lucidità è fragile nella prosa di Pierantozzi, forse lo è anche in ognuno di noi. È quello che ci rende tra noi uguali ed umani, al di là di qualsiasi diversità.
